Tolentino è una cittadina di 20.000 abitanti circa, posizionata molto favorevolmente sulle rive del fiume Chienti fra la costa e l’area montana. Accompagnandovi in una visita alla località, ripercorreremo insieme le stesse strade e le vie attraversate per secoli da cortei fastosi di personaggi illustri, papi, re e regine che, sulla via lauretana (la Regina Cristina di Svezia, Giacomo Casanova per citarne solo due), facevano sosta per visitare il Santuario di un Santo illustrissimo e miracoloso, un santo protagonista di numerose leggende: San Nicola da Tolentino. Percorreremo anche i viottoli acciottolati percorsi dai giovani rampolli delle nobili famiglie Europee in viaggio per il Grand Tour.

Ponte del Diavolo

Il tour che vi proponiamo inizia da un monumento storico di Tolentino, simbolo molto forte della città che ben si presta ad accogliere il visitatore essendo questo il compito che svolge da poco meno di 750 anni.
Stiamo parlando del Ponte di Tolentino conosciuto anche come Ponte del Diavolo.

Il ponte che permette di attraversare il fiume Chienti, un tempo maestoso ed irruento, è stato realizzato in cinque arcate sorrette da solidi piloni. La porta di accesso ad arco acuto con doppia ghiera in cotto si trova inserita in una torre difensiva squadrata, con merli guelfi.

Storia
Il ponte fu eretto nel 1268 per volere del podestà di Tolentino Leopardo da Osimo che incaricò del progetto il Mastro Bentivegna. La lapide presente sul ponte è la copia di quella antica che fu realizzata utilizzando il fondo di un sarcofago romano. Il 30 giugno 1944, durante la seconda guerra mondiale, le truppe tedesche in ritirata fecero saltare l’arcata centrale del ponte, che in seguito, venne ricostruita nella forma originaria. Nella zona sottostante del ponte è presente una minuscola oasi naturalistica.
Opere Conservate
E’ ben visibile, l’originale edicola sacra posta sul pilone centrale che contiene un affresco che ritrae la Vergine con Bambino, voluta nel 1524, per deliberazione del Comune.
Curiosità
La denominazione di “Ponte del Diavolo” deriva da una leggenda comune a tanti ponti sparsi per l’Europa e anche nelle Marche. Il podestà di Tolentino, Leopardo da Osimo, incaricò Mastro Bentivegna (o Benevegna) di costruire il Ponte. Di fronte alle difficoltà incontrate, (il ponte veniva distrutto nottetempo dall’impetuosità del fiume Chienti) si rivolse ad una vecchia, la quale gli prestò un libro di magia nera. Il costruttore, disperato, si recò al trivio delle Fonti di San Giovanni e recitò una formula magica. Gli apparve un’ombra, che Bentivegna riconobbe subito come il demonio. Quest’ultimo chiese, quale ricompensa per l’aiuto nella costruzione del ponte, l’anima del primo che lo avesse attraversato. In preda a profondo rimorso per il patto stipulato, mastro Benevegna si rivolse a San Nicola che trovò un astuto rimedio. Il giorno dell’inaugurazione, benedetto il ponte perché non potesse essere distrutto e sprangato a dovere per evitare che qualcuno potesse attraversarlo, San Nicola si presentò con un cagnolino al guinzaglio e, tirata fuori dalla tonaca una forma di formaggio, la lanciò lungo il ponte, sciogliendo il cane che la rincorse. Il Diavolo, catturò il cane, accorgendosi troppo tardi di essere stato beffato, poiché l’animale non possedeva l’anima pattuita. Il Demonio, vistosi gabbato, andò su tutte le furie e tentò di distruggere il ponte, tramite una poderosa “cornata”, il segno della quale, sarebbe tuttora vedibile.
Chiesa di Santa Maria Nuova

Poco distante dal Ponte del Diavolo, entro le mura cittadine, edificata sopra i resti di un tempio romano, troviamo la Chiesa di Santa Maria Nuova. Nel corso dei secoli ha subito varie ristrutturazioni fino all’attuale sistemazione risalente al 1740. Fu cattedrale della Città per quasi un secolo.

Descrizione
La facciata è realizzata in laterizio e alquanto sobria, inquadrata alle estremità da due lesene e ornata nella parte alta da una grande nicchia trilobata, e il portale presenta un coronamento trabeato con cornicione impostato su capitelli tuscanici. L’interno mostra un impianto centralizzato, una sorta di croce greca con bracci poco profondi, dagli angoli arrotondati e a terminazione rettilinea, sormontata da una cupola emisferica con lanterna al centro. Costruita nell’Alto Medioevo sui resti di un tempio romano, nel 1250 fu oggetto di lavori di ampliamento per mano del Maestro Scagno, cui ne seguirono altri nel 1348 e nel 1653. Tuttavia la definitiva configurazione avvenne nel 1740 ad opera degli architetti Carlo Maggi, Pietro Perugini e Pietro Severini, mentre nel 1766 venne consacrata e prese il titolo di Santa Maria Nuova.
Opere Conservate
L’altare maggiore, dedicato alla Natività, è sormontato sulla parete di fondo da una cornice lignea dorata risalente al 1778, al centro della quale si trova una nicchia a tutto sesto contenente la statua in legno tardo-trecentesca della “Madonna della Tempesta”. La statua, scolpita in legno ricoperto da un leggero intonaco di gesso policromo, per datazione e fattura rappresenta una delle opere più interessanti della scultura marchigiana. L’altare della cappella di destra conserva una piccola tela con i Santi Pasquale Baylón e Francesco di Assisi, mentre la pala d’altare, raffigurante l’Immacolata Concezione con il Padre Eterno ed Angeli, è attribuita a Domenico Malpiedi (ca. 1570-1651) di San Ginesio nelle Marche, cui è riferita anche la pala dell’altare di sinistra rappresentante la Madonna con Bambino, Angeli, un confratello del Suffragio e le Anime Purganti. Nella stessa sono presenti anche le Stazioni della Via Crucis del 1776, opera del fermano Gilberto Todini. La più tarda decorazione parietale dell’interno della chiesa, compresi i pennacchi della cupola con i profeti Davide, Mosè, Isaia ed Ezechiele, fu realizzata nel 1905 dal tolentinate Francesco Ferranti.
Interessanti l’affresco della “Madonna delle Grazie” (XVI sec.) e una possente statua in legno policromo del “Cristo morto” (sec. XVII). Di particolare pregio l’organo che sovrasta la navata della chiesa.
Museo del Santuario di San Nicola

L’esposizione presenta manufatti di vario genere e periodo dal XIV fino al XX secolo: dipinti, sculture lignee, mobilio, oreficerie e suppellettili sacre, ex voto, ceramiche e inoltre reperti archeologici di epoca picena e romana. E’ un Museo che ci parla della grande devozione intorno alla figura di San Nicola da Tolentino, la devozione dei fedeli, ma anche in grado di raccontarci gli usi e e costumi e delle delle genti e delle istituzioni locali, le vicissitudini, e i fatti salienti della vita di quel tempo

Opere Conservate
Gruppo ligneo da presepio raffigurante la “Madonna della Natività” del secolo XIV con Gesù e San Giuseppe, è una delle più antiche e preziose sculture nelle Marche.
Una tavola con dipinto l’Eterno Padre benedicente e una lunetta con cornice dorata raffigurante una Pietà, un tempo parti di una grande pala dipinta collocata sull’altare maggiore della Basilica, eseguite tra il 1513 e il 1526 da Marchisiano di Giorgio un pittore di origine slava, che solo recentemente è stato riscoperto (che fu attivo nel territorio di Tolentino tra l’ultimo decennio del ‘400 e la prima metà del ‘500). La tela Vergine e Santa Caterina fra San Nicola e San Liberato del pittore Simone de Magistris. Il San Nicola da Tolentino di Giovanni Francesco Barbieri più noto come il Guercino.
Lo Zampognaretto in ceramica attribuibile a Giovanni della Robbia, opera più importante della preziosa raccolta di ceramiche di varie epoche (XVI-XIX sec.), donazione del Cardinale Giovanni Tacci, con produzioni dei più famosi Maestri delle Marche, toscani, umbri, abruzzesi e liguri oltre giapponesi e cinesi, che inglesi della famosa casa fondata a Stafford da Josiah Wedgwood. Ricchissima la collezione di tavolette votive in grado di raccontare la storia della Basilica di San Nicola. Si tratta di una raccolta di circa 400 ex voto dedicati a San Nicola che coprono un arco di tempo che va dalla fine del ‘400 alla fine dell’’800 in grado di testimoniano i fatti salienti, le tragedie, gli incidenti avvenuti nell’area. Suggestivo il grande Presepio meccanico, visibile tutto l’anno ed il diorama con scene della vita di San Nicola. Numerosi gli oggetti d’argento in mostra, tra cui reliquiari, ostensori, candelabri, calici, turiboli, che fanno parte del patrimonio del santuario.

Basilica di San Nicola da Tolentino

Siamo nel 1305, la Basilica di San Giorgio che venne costruita fra il 1200 e il 1300, ora è intitolata a Sant’Agostino e ospita un convento di frati agostiniani. Uno di questi, certo Nicola di Compagnone originario di Sant’Angelo in Pontano è morto. Costui è un Santo uomo, conosciutissimo in vita per i suoi potenti poteri taumaturgici e ora che è morto, ogni giorno, si assiste ad una ressa di fedeli che si accalcavano costantemente attorno al suo sepolcro. E’ in questo clima che inizia a diffondersi la fama di San Nicola da Tolentino e prendere forma il progetto della Basilica che verrà a lui intitolata. Costretti ad accelerare i tempi, i frati agostiniani cominciano a far costruire la chiesa grande e lanciano una campagna di affreschi per decorare la chiesa esistente che prese ben presto il nome di cappella (più tardi Cappellone) di S. Nicola.

Facciata
Ora siamo nel 1432, la canonizzazione di Nicola non è ancora arrivata da Roma, nonostate i miracoli si susseguano. Occorre la capacità decisionale e i soldi di un potente Capitano di Ventura di origini tolentinate per dare una facciata degna a quello che a più di 100 anni dalla morte è un importante santuario. E’ il 1435 ed ora la facciata è rivestita di pietra d’istria e il nome di Niccolò Mauruzi della Stacciola (detto Niccolò da Tolentino) è ora inciso a futura memoria perché, il nostro devoto soldato, fatto prigioniero dagli Sforza è stato ucciso. L’impressione è notevole, dalla facciata rivestita in pietra, emerge il portale in cui la preziosità del gotico fiorito si fonde con gli effetti spaziali del primo Rinascimento.
Il Mauruzi era da poco Capitano Generale al soldo dei Fiorentini, la sua fama aveva raggiunto l’apice, e per la sua città non bada a spese ingaggiando il meglio su piazza dopo Donatello, ovvero lo scultore fiorentino Nanni di Bartolo detto il Rosso. Nella lunetta del portale, è rappresentata la Madonna con il Bambino tra S. Agostino e S. Nicola, ma a sovrastarla c’è un S. Giorgio a cavallo e il drago, protettore dei cavalieri, poi in alto, nella parte cuspidale, la statua dell’Eterno Padre.
Le due statue laterali (la testa di quello di sinistra è un reperto archeologico) e i sei bassorilievi raffigurano personaggi con in mano un libro o un foglio di pergamena; si può supporre che vi siano rappresentati gli otto agiografi del Nuovo Testamento.
Cappellone
Cappellone: Siamo nel 1320 e i frati agostiniani hanno fatto quello che hanno potuto per dare un luogo degno ai devoti del loro compianto confratello. Hanno sacrificato la loro sala capitolare (il luogo di aggregazione del monastero) e senza saperlo, assegnando i lavori a Pietro da Rimini, ci consegneranno uno dei più gandi lasciti artistici delle Marche, il più vasto ciclo di affreschi della scuola riminese di Giotto. Negli spicchi della volta si alternano gli Evangelisti ed i Dottori della Chiesa tutti ritratti seduti su di scrivanie piene di libri; osservando la volta dalla vela dove è ubicato l’altare e continuando in senso orario si notano: Ambrogio e Marco con un leone; Agostino e Giovanni con un’aquila; Gregorio e Luca con un toro; Girolamo e Matteo con un angelo. Alla base sono raffigurate le Virtù: Carità, Prudenza, Speranza, Giustizia, Temperanza, Fede, Fortezza. Le pareti sono divise in due ordini più le lunette dove da quella di fronte l’ingresso parte la narrazione con una Annunciazione; seguono l’Arrivo dei Magi, la Presentazione al Tempio e il Transito di Maria. Nell’ordine mediano la narrazione è disposta in riquadri di diversa grandezza; partendo dalla parete che dà verso la chiesa dove al centro è una Strage degli innocenti; proseguendo in senso antiorario sono la Pentecoste, il Sepolcro vuoto, Cristo nel Limbo, Orazione nell’Orto, Predicazione di Gesù, Entrata a Gerusalemme, Nozze di Cana, Sacra Famiglia, Cristo fra i Dottori. Al centro del “Cappellone” si innalza una pregevole statua della seconda metà del ’400 in pietra policromata sostenuta da un’arca in marmo sotto la quale era stato sepolto il corpo di S. Nicola di allo scultore fiorentino Niccolò di Giovanni.
Chiostro
Se per il Cappellone i frati agostiniani avevano sacrificato la sala capitolare per il chiostro pensano ad un opera monumentale (possibile anche la data del 1370). Vengono chiamate a lavorare le forze lavorative locali, la locale corporazione di mastri carpentieri, falegnami, scalpellini, ridistribuendo, così, benessere nella popolazione. Il chiostro rimarrà il più antico esempio di chiostro mendicante italiano. Inizialmente più grande, il chiostro presenta due lati a nove arcate e due a sette. Fu nel XVII, negli anni della realizzazione degli affreschi, che un’ala dovette arretrare per fare spazio alle 4 cappelle laterali all’interno della Basilica. Il chiostro si ridusse di dimensioni e con i materiali del precedente fu innalzato il loggiato di collegamento interno del convento, sostenuto da 16 colonne di reimpiego, che vediamo tuttora. Le colonne sono costruite in cotto e differiscono tra loro per la forma, essendo alcune lobate, altre cilindriche altre ancora poliedriche. 30 i capitelli decorati con motivi vegetali, ad eccezione di quello angolare che presenta figure umane che la tradizione vuole siano i ritratti dei committenti. Nella cornice che corre al di sopra delle arcate sono ancora inseriti dei bacini ceramici che per numero e qualità costituiscono un insieme eccezionale. Raffinato ed elegante, nel lato sud del chiostro stesso, il portale in cotto, recante tracce di policromia, che immetteva nell’antico refettorio. Tutte le pareti del chiostro ospitano affreschi con Storie di S. Nicola, eseguiti nel 1690-1695 da Giovanni Anastasi e Agostino Orsoni. Sulla parete nord del chiostro, però, presso l’uscita laterale dalla chiesa, trova un affresco trecentesco, raffigurante la Madonna col Bambino, da ascrivere probabilmente, nonostante le ridipinture, alle stesse maestranze riminesi di Pietro da Rimini attive nel Cappellone.
Interno
L’interno della Basilica di San Nicola a Tolentino rappresento un cantiere attivo fino alla seconda metà del 1400. Si torno sul progetto iniziale aggiungendo le cappelle laterali solo nel 1632. Poi ancora duecento anni prima di mettere mano all’aula con l’architetto fermano Giovanni Battista Carducci. Pregevole e impressionante il soffitto a cassettoni lignei dorati, voluto dal vescovo agostiniano Giambattista Visconti arrivato insieme agli agostiniani lombardi e realizzato da Filippo e Piero da Firenze tra il 1605 ed 1628. L’opera ebbe il costo di 40.000 scudi romani.

Cappelle a sinistra

  • Cappella Madonna dei Miracoli – Pala con San Giovanni che ridà vita ad una ragazza, opera di Giovanni Anastasi (1691);
  • Cappella Santa Rita – La pala dell’altare, raffigurante Santa Rita, copia del 1912 della tela di Giacinto Brandi, conservata nella chiesa di S. Agostino di Roma, opera del pittore tolentinate Girolamo Capofierri (1850 – 1913).
  • Cappella Beata Vergine della Consolazione – Venne finaziata e poi retta dalla Confraternita dei Cinturati. La pala, raffigurante la Madonna della cintura tra S. Agostino e S. Monica, venne eseguita nel 1858 da Luigi Fontana ed è una derivazione dal quadro di Giovanni Gottardi (1733 – 1812) in S. Agostino a Roma.
  • Cappella di San Tommaso da Villanova – La pala sull’altare, raffigurante l’Elemosina di S. Tommaso da Villanova, di Giuseppe Ghezzi fu fatta venire da Roma nel 1663. Originariamente la cappella era seguita da quella di S. Lucia, soppressa nel 19° secolo per far posto alla tribuna dell’organo.

Cappelle a destra

  • Cappella di San’Anna o Cappella Benadduci – costruita dalla nobile famiglia di Tolentino dei Benadduci, era in origine la seconda, che seguiva la cappella della Natività della Beata Vergine, eliminata nella ristrutturazione di Carducci (1859). Sull’altare di fondo conserva una delle opere più importanti della Basilica, la Visione di S. Anna (1640) di Giovanni Francesco Barbieri detto conosciuto come il Guercino. Sulle pareti laterali sono due tele raffiguranti la Gloria di Santa Lucia e l’Orazione nell’orto di Marcantonio Romoli, rispettivamente del 1754 e del XVII secolo. La cappella è stata risistemata, a spese della stessa famiglia Benadduci, nel 1905, in occasione del VI centenario dalla morte di San Nicola, come ricordano le due lapidi poste alla base delle pareti laterali.
  • Cappella del Sacro Cuore – Mostra una pala raffigurante il Cristo che mostra il Sacro Cuore a Santa Margherita Maria Alacoque eseguita da Virgilio Monti (1920). Nella parete di destra è affisso un crocifisso ligneo che, secondo la tradizione, sarebbe quello venerato da San Nicola, al centro di una tela secentesca raffigurante la Madonna, S. Giovanni Evangelista e la Maddalena ai piedi della croce. Sulla parete di sinistra una Adorazione dei Pastori attribuita a Domenico Malpiedi.
  • Cappella della Beata Vergine del Buon Consiglio – Mostra una pala del XIX secolo; copia dell’immagine venerata con questo titolo nel santuario agostiniano di Genazzano eseguita su disegno dell’agostiniano Giovanni Gerold e dorata da Tito Beccachiodi di Recanati. Nelle pareti laterali due tele tardo ottocentesche narrano le vicende della sacra immagine.
  • Cappella Vergine della Pace – Sull’altare è posta la tela raffigurante la Madonna della Pace (o dell’ulivo), eseguita nel 1810 da Giuseppe Lucatelli (1810). Sulla parete destra un dipinto raffigurante San Nicola che libera le anime purganti (sec. 17°-18°). Sotto l’altare sono le reliquie, composte in un corpo in cera, di una martire romana denominata Lorenzina.

Cappella Maggiore

L’altare maggiore è in marmi policromi e venne eseguito in occasione del VI centenario della morte di San Nicola nel 1905 per volontà dell’Ordine Agostiniano . Il presbiterio e del coro fu decorato più volte nel corso dei secoli. Il coro ligneo in stile barocco e in noce massiccia che vediamo oggi è stato realizzato tra il 1730 e il 1734 dall’agostiniano Vincenzo Rossi da Fermo e dal fratello Filippo coadiuvati da Michele Andreotti.

La cupola è opera di Giovanni Battista Carducci (1859) ed affrescata nello stesso anno da Luigi Fontana, che vi riprodusse la Visione di Ezechiele di Raffaello. Gli Evangelisti e gli Angeli con i simboli di S. Nicola nei pennacchi e la Gloria di S. Nicola nella lunetta alla base della cupola sono dello stesso Fontana.

Due porticine laterali in legno, scolpite dai tolentinati Nicola ed Enrico Reali (1926), immettono alla cella campanaria e alla cantoria della cappella delle Sante Braccia. Ai lati del presbiterio sono appese due grandi tele, raffiguranti L’apparizione della Vergine e di S. Agostino a S. Nicola e Il Miracolo delle Sante Braccia, eseguite tra il 1627 e il 1628 da Giovanni Battista Foschi.

Cappella delle Sante Braccia
Alla cappella, edificata per la venerazione delle braccia del Santo, costituita da tre vani consecutivi realizzati nel Seicento ampliando la vecchia sacrestia quattrocentesca, si accede attraverso un portale seicentesco in pietra. I lavori posero il reliquiario con le Sante Braccia e una parte del muro affrescato con l’immagine del santo al centro di una piccola abside, il tutto chiuso da una cancellata dorata.
Le decorazioni dei due primi ambienti videro diversi interventi. Nel 1819 le pareti furono ricoperte di finti marmi in scagliola da Stefano da Morrovalle. La decorazione pittorica fu affidata a Emidio Pallotta di Tolentino (1803 -1868), che sovrintese al completamento del rivestimento in finto marmo e decorò la volta del primo vano con un cielo stellato. Nel secondo, la cupola era già stata ornata nel 1662 con un Paradiso in stucco, opera del comasco Marco Antonio Baraciola. Al Pallotta si devono le tre figure della Trinità al centro, eseguite in terracotta, e le tele nei pennacchi.
Due grandi quadri, frutto di donazioni ex voto, adornano le pareti laterali: L’incendio del Palazzo Ducale di Venezia di Matteo Stom e La peste di una città veneta di Giovanni Carboncino.
Le sei statue in gesso, allusive alle Virtù di San Nicola da Tolentino (Penitenza, la Preghiera, l’Innocenza, l’Umiltà, la Purezza e la Beneficenza) e i Bassorilievi (Fede, Fortezza, Speranza, Religione, Giustizia, Temperanza, Carità e Prudenza) nelle lunette sulle sommità delle pareti vennero eseguiti, su disegno dello stesso Pallotta, da Giambattista Latini da Mogliano.
Nell’ultimo vano, chiuso dalla ricca cancellata dorata, eseguita nel 1698 da Tommaso Ferri di Fermo, l’altare, consacrato nel 1859 e restaurato nel 1922, presenta un paliotto e i gradini d’argento eseguiti nel 1696 dai maceratesi Sebastiano Perugini e Francesco Tartufati.

Cripta
La cripta sotterranea venne edificata nel 1932, esattamente sotto il pavimento del Cappellone nel luogo dove effettivamente venne ritrovato il sacro corpo. Il progetto su schema gotico originale fu all’architetto Arnolfo Bizzarri, la stilizzazione delle cornici, degli intagli, dei capitelli, dei costoloni e della porticina del Tabernacolo sono opera dei tolentinati Guido Zazzaretta e Luigi Pettinari; l’urna del santo è stata eseguita da Enrico Celli su disegno dell’arch. Bizzarri. Nel 1975 sono stati sostituiti i bassorilievi originali (conservati nel Museo) con quelli dello scultore agostiniano Stefano Pigini.

Curiosità
In un anno imprecisato, intorno alla fine del XIV secolo, fu tentato di profanare la salma mediante il taglio delle braccia dalle quali sgorgò, allora come in molteplici occasioni posteriori, del sangue vivo. Allo scopo di evitare ulteriori simili tentativi, il corpo fu sepolto in un luogo di cui si perse la memoria. Solo nel 1927 esso fu ritrovato sotto l’arca marmorea al centro del Cappellone e fu costruita, al di sotto di questo, la cripta nel quale il corpo tuttora riposa. Una ricognizione straordinaria delle reliquie, custodite nel forziere quattrocentesco posto nella cappella delle Sante Braccia, ha riportato alla luce una serie di manufatti tessili di varia tipologia e di epoche diverse: alcune coppie di coprireliquiari in seta dei secoli 17°-19°, due tovaglie d’altare di lino finissimo, da ascrivere ai secoli 14° e 17°, una stola porta-reliquie, un copri-cuscino ed infine due vesti liturgiche di foggia arcaica e d’aspetto molto dimesso: l’alba e la casula, della fine del 13° secolo, che danno una emozionante sensazione del Santo nel momento più sacro della sua vita sacerdotale.