Edifici Religiosi di Jesi

Gli edifici religiosi di Jesi non sono fra i più importanti e belli della Regione Marche, sono anche importanti e antichi testimoni della devozione popolare, ricambiata, secondo le testimonianze conservate, con interventi miracolosi a salvaguardia dell’intera cittadinanza.

Chiesa di San Marco

La Chiesa di San Marco di Jesi è uno dei più preziosi gioielli architettonici del gotico religioso della regione Marche e il monumento più importante di architettura religiosa a Jesi.
Sorge su una piccola collina, a breve distanza dal centro storico; la sua costruzione originale sembra risalire alla prima metà del XII secolo.

Storia e Descrizione
Apparteneva inizialmente ai Benedettini, che nel 1218, essendo rimasti in pochi, l’avrebbero donata, insieme al convento, a San Francesco di Assisi. I Francescani iniziano ad occuparsene e tra la fine del 1200 e gli inizi del 1300 fanno svolgere degli importanti lavori. La facciata di San Marco venne sopraelevata per conferirle uno slancio maggiore, l’interno fu realizzato con tre ampie navate, con la centrale suddivisa in cinque campate, coperte da volte a crociera e sorrette da robusti pilastri ottagonali. La facciata in laterizio, a capanna tripartita secondo il modello lombardo, ripete la divisione interna. Il portale, in marmo bianco cipollino e marmo rosso di veronese, è lievemente svasato o strombato, si vedono sulla sinistra il leone di San Marco e sulla destra un agnello con la croce sul dorso. L’imposta dell’arco è segnata da capitelli corinzi, mentre nella cornice che racchiude il portale corre una ghiera a figura fitomorfa che nasce dalla fauci di una volpe. Sopra il portale campeggia un bel rosone in terracotta di epoca molto più recente, diviso in dodici sezioni da altrettante colonnine tortili radiali. L’interno è a tre navate divise da pilastri ottagonali che sorreggono archi a sesto acuto e volte a crociera su costoloni. All’interno si conservano alcuni affreschi trecenteschi, costituiscono “il più notevole complesso di scuola giottesca nelle Marche”(la Dormitio Virginis, che sarebbe opera di un allievo diretto di Giotto), superstiti del ciclo pittorico che originariamente decoravano la maggior parte delle pareti della chiesa: il “Transito della Madonna“, la “Madonna di Loreto“, la “Crocifissione” e l'”Annunciazione“. Le pitture murali di San Marco hanno dato luogo ad alcune difformità di attribuzione, ma i recenti restauri hanno permesso di chiarire la matrice riminese degli affreschi ricondotti a Giuliano e Giovanni da Rimini e ad artisti di ambito fabrianese. Il più pregevole è quello raffigurante la Crocifissione: il pittore avrebbe inserito nel gruppo delle persone ai piedi della croce alcuni suoi illustri contemporanei: Dante, Petrarca e Boccaccio.  Nel 1440, i Francescani abbandonarono la chiesa e si trasferirono in città, nel convento di San Floriano anche se continuarono ad officiarla fino al 1600, quando fu chiusa trasformata in magazzino e durante il periodo napoleonico fu anche deposito di munizioni. All’estremità della navata sinistra c’è un bel monumento funerario rinascimentale (1513) dedicato alla memoria del medico Nolfi attribuito a Giovanni di Gabriele da Como. Fra il 1854 e il 1859 il vescovo Cosimo Corsi la volle restaurare, la chiesa venne riaperta al culto ed in seguito dichiarata monumento nazionale. L’architetto Angelo Angelucci e i pittori Silvestro Valeri di Perugia e Marcello Sozzi di Roma,  completarono la decorazione della volta e dei sottoarchi, oltre che degli arredi lignei. In questa chiesa si conserva, dal 1901, la statua in pietra arenaria della Madonna di Loreto, opera dello scultore Stefano d’Onofrio di Jesi, che nel 1657 era stata posta in una nicchia sulla facciata del Palazzo comunale che guarda verso piazza della Repubblica. A causa delle precarie condizioni di stabilità, dal 1967 la chiesa è di nuovo chiusa al culto.

Chiesa di San Floriano

Anche se non è più consacrata la chiesa di San Floriano mantiene la sua importaza per la città di Jesi, per l’attaccamento della popolazione, per la storia che si lega alla tradizione ed infine per motivi religiosi.
Dalla metà del 1200 fino al 1808 è stata il tempio della “Respublica Aesina” di cui Jesi era la capitale e tutti gli anni il giorno di San Floriano, il 4 maggio, vi si riuniva tutta la comunità di Jesi e del suo Contado per celebrare una fondamentale cerimonia a carattere civile e religioso, la cosiddetta presentazione del Palio di San Floriano fatta dai Castelli soggetti a Jesi i quali in questo giorno dovevano presentare il Palio e i Tributi, quale atto di omaggio e sottomissione.
Storia
La storia della Chiesa di San Floriano è molto più antica. La prima chiesa fu eretta fra il VI e VII, sulle fondazioni di un tempio romano. La chiesa è distrutta da un terribile terremoto dell’847, riedificata successivamente sul luogo di quella presente, anche se orientata differentemente e dedicata a San Giorgio fino ai primi anni del 1400. Secondo una leggenda nel 1411 all’interno della chiesa, in una suntuosa ara di marmo, veniva posto il corpo di San Floriano, trovato miracolosamente intatto nel fiume Esino dopo undici secoli. Nel 1439 venne presa in consegna dai Frati Minori Conventuali che dal 1478, procedettero ad un rinnovamento. Viene cambiato l’ingresso ingresso che si affacciava sullo spazio oggi occupato dal cortile di Palazzo Ghisleri (sono visibili alcune pietre della precedente chiesa romanica) orientandolo verso la piazza. Per ingrandire la chiesa stretta da strade, vennero smussati gli spigoli all’incrocio con la creazione di un ottagono. Vennero costruiti nuovi altari e nuove cappelle, la chiesa incominciò ad arricchirsi di opere d’arte e monumenti sepolcrali. Alcune delle opere più importanti che vi erano conservate furono meritevolmente commissionate dalla Confraternita del Buon Gesù, per conto della quale Lorenzo Lotto eseguì nel 1512 la Deposizione, e la Confraternita di Santa Lucia, per la quale lo stessdipinse, nel 1530 circa, le Storie di Santa Lucia e successivamente l’Annunciazione per un altro committente. La Chiesa come si presenta oggi è frutto dei lavori che furono commissionati dai conventuali allorchè il Comune di Jesi abolì alcune strade fra gli edifici della città. I lavori presero il via ne1743 su disegno dell’architetto Domenico Valeri ad opera dell’architetto Francesco Maria Ciaraffoni che ne progettò gli interni e lo scalone. Presenta un grande tiburio, un elemento architettonico che protegge la cupola e una facciata mai completata. A pianta centrale ellittica, l’interno presenta la bellissima cupola a base ovale decorata in stile tardo-barocco di stucchi e affreschi di Francesco Mancini di Jesi nel 1851 con le Storie di San Francesco eseguiti dal locale a partire dal 1851. Nel 1866 la chiesa veniva chiusa al culto e nel 1869, destinata a sede della biblioteca e della pinacoteca comunali. Nel 1949 la chiesa è stata trasformata in sala di riunioni e nel 2002 in teatro-studio San Floriano, dedicato poi nel 2005, all’attrice jesina Valeria Moriconi nell’anno della sua morte.

Curiosità
La chiesa di San Floriano con nuove trasformazioni della metà del 1700, acquisì una elegante e grandiosa cupola, rivestita di piombo. Nel 1798 i Soldati Napoleonici cacciano i Frati Conventuali e si impossessano delle opere d’arte, asportartando anche il piombo della cupola per farne delle palle per i fucili dell’epoca.

Teatro Studio Valeria Moriconi
Il Teatro Studio, inaugurato nel 2002 nell’ex Chiesa di San Floriano, e intitolato nel 2005 alla mai dimenticata attrice di Jesi Valeria Moriconi (1931-2005), è frutto del progetto dell’architetto Italo Rota. Il teatro di 200 posti possiede una scenografia in stile contemporaneo pressoché permanente, che ben si armonizza con gli elementi architettonici e decorativi tardobarocchi della chiesa. Nell’attiguo convento il Centro Studi Valeria Moriconi conserva ritratti, foto, quadri, bozzetti scenici, manifesti, costumi, documenti e video, per far conoscere e ricordare la grande attrice di Jesi. Sono esposti in permanenza 18 scenari di un teatrino di marionette della metà del Settecento.

Museo Civico Archeologico della Città di Jesi
Il Museo civico archeologico di Jesi e del territorio di Jesi, nei locali del complesso di San Floriano, raccoglie materiali provenienti dalla città romana di Aesis e dalla media valle dell’Esino. I reperti vengono presentati secondo un ordinamento cronologico in tre sezioni, riservate rispettivamente alla preistoria, protostoria (civiltà picena) ed età romana. Tra i reperti più interessanti il lapis aesinensis, documento epigrafico con preziose informazioni sulla viabilità nell’Italia centrale, e il complesso di statue e ritratti di età giulio-claudia.

San Floriano

San Floriano

Duomo di San Settimio

Il Duomo di Jesi è dedicato al fondatore e primo vescovo della diocesi di Jesi, San Settimio (IV sec.), le cui reliquie si venerano sotto l’altar maggiore. La prima Cattedrale venne edificata sulle rovine del tempio di Giove fra il IV e il V secolo, in quella che doveva essere l’area dell’antico foro.

Storia
Nell’874 e per diversi anni Jesi è soggetta a terremoti devastanti, ed anche la Chiesa di San Settimio ne fa le spese e viene chiusa. La Popolazione di Jesi, rifugiatasi nella zona un tempo detta di Terravecchia, per oltre tre secoli adotta come cattedrale la chiesa di San Nicolò. Bisogna attendere il 1227 per vedere iniziati i lavori di riedificazione della Chiesa tanto cara ai cittadini di Jesi e dieci anni (1237) al maestro Giorgio da Como per ultimarla. Una terza cattedrale più sontuosa venne eretta nel 1470 nella stessa area. Sappiamo come descrivervela. Era a tre navate in stile gotico-romano. Possedeva tre porte imponenti sulla facciata con quella centrale, di dimensioni molto più grandi, era incorniciata di marmo bianco con ornamenti floreali policromi; le due ai lati erano quadrate ed circondate di marmo rosso.
Descrizione ed opere conservate
Nel clima di rinnovamento dell’edilizia civile e religiosa del ‘700 il vescovo Fonseca, a sue spese, fece abbattere la vecchia Cattedrale che fu ricostruita tra il 1732 e 1741 su progetto dell’architetto romano Filippo Barigioni. La consacrazione avvenne nel 1742. L’interno si presenta a navata unica e grande cupola emisferica, secondo il gusto neoclassico dell’epoca. Durante il 1700 vengono aperte per volere dei nobili di Jesi diverse Cappelle laterali che verranno nel tempo arricchite con dipinti, decorazioni e arredi liturgici. L’artista architetto di Jesi, Domenico Valeri disegna il coro, poi intagliato in noce da Marco Baroncio nel 1770. Vengono poste le due grandi cantorie lignee rococò munite di organi. Nel 1771 il pittore fiemmese Cristoforo Unterperger realizza la grande pala dell’Istituzione dell’Eucarestia per l’altare del SS. Sacramento. In questo periodo viene abbellita, dei pregevoli stucchi e sculture che la caratterizzano, la cappella di San Rocco. Il nuovo campanile venne alzato tra il 1782 e il 1784 da Francesco Matelicani di Jesi ad imitazione di quello vanvitelliano di Loreto. I quattro pennacchi della cupola furono affrescati da Carlo Paolucci di Urbino e Placido Lazzarini di Pesaro nel 1785. La facciata progettata dall’architetto Gaetano Morichini di Roma, verrà completata nel 1889 dal vescovo Rambaldo Magagnini. In mattoncini rossi e travertino ed è suddivisa in due fasce sovrapposte da un cornicione idealmente sorretto da quattro lesene corinzie lisce. Ai lati del portale portale, costituito da un protiro poco profondo con un timpano triangolare sorretto da due colonne corinzie all’interno di una nicchia, si trovano le statue di San Marcello I (a sinistra) e di San Settimio (a destra). La parte superiore della facciata presenta due bassorilievi marmorei raffiguranti lo stemma di papa Leone XIII (a sinistra) e del vescovo Rambaldo Magagnini (a destra) con al centro una finestra a serliana. In questo periodo il pittore Luigi Mancini ne decorava parzialmente la volta interna con un episodio della Vita di S. Settimio. Sulla conca absidale il pittore recanatese Biagio Biagetti dipinse nel 1939 la figura del Cristo “pantocratore” attorniato dai S.S. Floriano e Romualdo alla sua destra e San Settimio e San Francesco di Assisi nell’altro lato. La Cattedrale di Jesi è stata elevata alla dignità di Basilica Minore nel settembre del 1969 per decreto di Paolo VI. L’ attuale portone in bronzo denominato “Porta del Giubileo” è stato realizzato a ricordo del Grande Giubileo del 2000 dallo scultore marchigiano Paolo Annibali. Le quaranta formelle presentano, attraverso le circa 150 figure rappresentate, il tema dell’Anno Santo: “Cristo ieri, oggi, sempre”. Nell’ultimo dopoguerra è stato sistemato il fonte battesimale, dove una lapide ricorda che il 4 gennaio 1710 vi fu battezzato Giovan Battista Pergolesi. Restano anche l’altorilievo della Madonna di Loreto, pregevole scultura
Curiosità
L’unica immagine dell’antica cattedrale medievale è riportata su uno stendardo dipinto da Luigi Mancini (XIX), oggi conservato al Museo Diocesano. Davanti alle tre porte correva un ambulacro con sei colonne con le due colonne centrali sorrette da leoni stilofori di marmo veronese, ovvero di colore rosso come quelli Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo, o di San Ciriaco in Ancona per restare nelle Marche. Ebbene questi due leoni in marmo veronese sono visibili nella Cattedrale attuale, sistemati a reggere ognuno un’acquasantiera dello stesso marmo.
Chiesa di San Pietro Apostolo

La Chiesa di San Pietro Apostolo è tra le più antiche di Jesi e uno dei più armoniosi edifici religiosi settecenteschi della città. Sorge sull’area di una preesistente costruzione risalente al periodo longobardo e su un’ancora più antica costruzione risalente al periodo romano, della quale recenti scavi hanno messo in luce una pavimentazione a mosaico.

Storia e descrizione
La cappella costruita sul finire del VI secolo nella piccola borgata formatasi fuori della cinta muraria di Jesi fu ampliata nei primi anni del 700 per volere del signore longobardo di Jesi La chiesa, essendo dotata di fonte battesimale, fu probabilmente la prima Pieve della città e della diocesi cioè con un diritto giurisdizionale sulle cappelle minori del territorio vicino. In età medioevale perde la sua importanza ma viene modificata in stile gotico, il pavimento sopraelevato di quasi tre metri e mezzo; in occasione di questa trasformazione, ultimata nel 1294, venne modificato anche l’asse della chiesa, che prese la direzione attuale ma conserva testimonianza del precedente ingresso sull’attuale fiancata destra. In seguito la chiesa venne restaurata e, nel corso del 1600, ampliata. Nel 1720 un violento incendio distrusse gran parte della chiesa che venne ricostruita nelle forme attuali a partire dalla metà del ‘700 su progetto di Gaetano Fammilume di Jesi, venne aperta al culto i1 1° novembre del 1755 e consacrata due anni dopo. I lavori tuttavia vennero ultimati solo nel 1784. E’ dell’architetto Mattia Capponi di Cupramontana la scenografica scalinata d’ingresso a doppia rampa avvolgente e la caratteristica facciata munita di due piccole torri campanarie che tanto pregio apportano alla costruzione. Vi si venera l’immagine della Madonna della Misericordia, dipinta nel 1754 dal ferrarese Giuseppe Azzi ed incoronata nel 1785. Il quadro dell’altare maggiore, raffigurante Gesù che consegna le chiavi a San Pietro è di Giovanni Battista Ricci, detto il Novara, che lo eseguì nel 1620. Tra gli altri quadri presenti nella chiesa la Traslazione della Santa Casa di Loreto di un altro romano, Giacomo Foschi di Ancona (1755). Le statue di gesso all’interno della chiesa vennero eseguite nel 1786 dal folignate Stefano Montrocchi. Sue erano nelle quattro edicole delle torri le statue degli apostoli distrutte dai repubblicani giacobini nel 1798.
Chiesa dell’Adorazione o della Morte

La chiesa, già dell’Orazione e Morte, nel XVI sec. apparteneva alla Confraternita dei Poveri e della Morte, il cui compito istituzionale era l’assistenza ai carcerati e la sepoltura dei morti. L’edificio venne rinnovato nelle forme attuali nel settecento. Dal 1940 la chiesa è centro dell’Adorazione perpetua dell’Eucarestia, da cui il nome attuale. Da notare sulla facciata in cotto, il fantasioso loculo nelle forme di una grande clessidra alata, simbolo della fugacità del tempo e della vita.

Edifici Religiosi di Jesi: Chiesa dell'Adorazione o della Morte

Edifici Religiosi di Jesi: Chiesa dell’Adorazione o della Morte

Chiesa di San Giovanni Battista
La chiesa, in stile barocco, è una delle più belle chiese di Jesi e della diocesi.
Storia
Di origini antichissime, l’edificio risale a prima del 1200, perché a quell’epoca era già parrocchia ed aveva annesso un ospizio-ospedale, quando si stava urbanizzando una terreno appena fuori dalla primitiva cerchia muraria. Era più nota come chiesa di San Giovanni in Terra vecchia ed apparteneva ai Benedettini per poi passare a certe monache. Passa ai frati Apostolini che la ricostruiscono dalle fondamenta facendone una chiesa a pianta rettangolare e travi scoperte nel 1597. Nel 1652 gli Apostolini dovettero abbandonarla in seguito alla soppressione, voluta da Innocenzo X, di tutte le comunità religiose con meno di dodici persone. Vi si stabilirono sette anni dopo i Filippini della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo, ai quali si deve l’aspetto attuale della chiesa, da essi restaurata, innalzata e decorata tra il 1670 e il 1680. Alla chiesa venne data una nuova veste, i Padri Filippini, erano i primi e quasi gli unici ad introdurre il Barocco nelle Marche, e la chiesa ne diviene una precoce espressione. Il 13 giugno del 1694 veniva consacrata dal vescovo Piermatteo Petrucci, personaggio di spicco della cultura italiana del suo tempo. La chiesa, che comincio da allora ad essere chiamata di San Filippo, divenne il principale centro jesino di manifestazioni musicali. Per anni vi si tennero oratori e cantate spirituali. I Filippini la officiarono fino all’11 luglio del 1798, giorno in cui furono costretti dai francesi a lasciarla. Allontanati i Filippini, la chiesa passa di proprietà del Seminario fino al 1820. La Chiesa è stata restaurata negli anni recenti e riportata sul piano architettonico e decorativo alle originali inflessioni barocche.

Descrizione ed opere conservate
La facciata del 1678 è in cotto, decorata da un bassorilievo marmoreo del 1596 raffigurante il “Battesimo di Cristo”. Le cappelle interne, tre per parte voltate a botte, sono il risultato di interventi successivi. La ricca e luminosa decorazione del soffitto fu disegnata da F. Mannelli e affidata per l’esecuzione a Simone Andreani di Montesanvito. Da segnalare nella cappella del Sangue Giusto, l’affresco/icona Ecce Homo del 1333 attribuito al Maestro Pietro da Rimini, trasportato dalla Chiesa di San Nicolò in seguito al trasferimento della Parrocchia nel 1798 ricorrendo all’asportazione del muro. La balaustra degli altari, fu scolpita da Carlo Giosafatti e da suo figlio. Le colonne di marmo che la compongono la balaustra dell’altare maggiore, furono fatte arrivare da Roma dal Cardinale Cybo, via mare, in quaranta casse; alla base di queste c’erano degli stemmi, asportati durante il periodo napoleonico. All’interno si conservano numerosi dipinti, busti e decorazioni, tra cui una tela di Gian Giacomo Duti, Noli me tangere del 1602; la sedia lignea appartenuta a San Filippo Neri, intagliata nel sec. XVII dall’urbinate A. Giardini e due leoncini in legno del sec. XIV. Nel quadro al centro dell’altare sono raffigurati la Madonna col Bambino e vari santi (fra i quali San Giovanni Battista), opera del pesarese Giovanni Peruzzini. I due quadri laterali – San Pietro Apostolo e San Giovanni della Croce e quelli sulle pareti laterali – la Coronazione di spine e la Flagellazione – sono del pittore di Jesi Arcangelo Aquilini (nipote). Nella cappella dedicata alla Madonna, il quadro di Nostra Signora del Sacro Cuore di Silverio Copparoni. Nella cappella di fronte a quella del Sangue Giusto si conservano, due quadri dell’urbinate Giangicomo Duti raffiguranti scene di vita di San Giuseppe e i ritratti di membri della famiglia Ripanti; c’è anche un Sant’Antonio della pittrice di Jesi Bice Franconi, che lo dipinse nel 1936. La prima cappella a sinistra di chi entra, anticamente era officiata a cura della Società dei Calzolai (nel quadro della Madonna del Soccorso sono effigiati i santi Crispino e Cristiano). I cinque ovali del soffitto, rappresentanti scene della vita di San Giovanni Battista, vennero dipinti nel 1675 dal pittore di Jesi Antonio Massi; i rimanenti due, raffiguranti San Filippo, furono eseguiti da Arcangelo Aquilini (nipote) nel 1860. Da segnalare la tela Madonna in trono con bambino del 1650 di Claudio Ridolfi.

Curiosità
In epoca recente sono stati effettuati lavori di ristrutturazione nel sottosuolo della chiesa, ove, fra le tombe gentilizie, vi è quella della principessa Jeanne Bonaparte, che andò sposa ad un Honorati. L’artra curiosità riguarda la tela di Giangiacomo Duti, Noli me tangere del 1602 . L’immagine rappresenta la scena di Gesù Risorto che incontra Maria di Magdala. Stupisce il fatto che è dipinta da un bozzetto di Federico Barocci del 1596 conservato attualmente agli Uffizi a Firenze, mentre l’unica tela ricavata dal bozzetto e firmata dal pittore F. Barocci è del 1606 e si trova nella Pinacoteca di Monaco La nostra tela è precedente l’unica originale che il Barocci ricava dal suo bozzetto. La bellezza di certe parti fanno pensare ad una presenza della mano del grande pittore in aiuto a quella dell’allievo. La scena nella quale si svolge l’incontro tra Gesù e la Maddalena nel dipinto non è Gerusalemme ma Urbino del quale si intravedono i Torrioncini del Palazzo Ducale.

Santuario della Madonna delle Grazie

Questa è la chiesa a Jesi che più tocca la devozione popolare. Più volte nei secoli la popolazione si è rivolta alla Vergine Maria ed è stata esaudita. Tutto ha inizio con la richiesta di soccorso per la peste ad una piccola immaginetta sacra conservata in un’edicola e da allora la popolazione per ringraziamento ha partecipato ai lavori o alle spese di costruzione, ampliamento o decorazione.
Storia e descrizione
La cappella costruita letteralmente a braccia dalla popolazione in meno di un giorno, era dedicata a Santa Maria Egiziaca e solo in seguito attribuito il titolo di Santa Maria delle Grazie. Nel 1470 l’immagine della Vergine venne di nuovo affrescata, e fu venerata nelle diverse invocazioni di “Santa Maria della Misericordia”, “del Soccorso”, “delle Grazie”. Per officiare la Cappella vennero chiamati i Frati Carmelitani che le costruirono attorno una chiesa dedicata alla Madonna del Carmine, che fu completata nel 1509. La chiesa, di proprietà comunale, divenne uno dei luoghi ufficiali di culto della città. Nel 1619 iniziano i lavori di costruzione del Campanile che vediamo ancora oggi dalla caratteristica cuspide ottagonale. Il 19 settembre del 1745 l’immagine della Vergine veniva solennemente incoronata “con le corone d’oro della sacrosanta basilica vaticana”. Tra il 1751 e il 1758 la chiesa venne ricostruita più grande e in stile barocco, come l’ammiriamo oggi, su disegno dell’architetto Nicola Matellicani di Jesi. Fu consacrata nell’epifania del 1759. I Carmelitani persero la custodia del tempio più volte negli anni, prima durante l’occupazione francese (1810-1820), poi nuovamente con l’Unità d’Italia per effetto del Decreto Valerio. La officiarono comunque fino al 1885 e poi ne tornarono in custodia nel 1930.

Opere conservate
La chiesa è in stile barocco abbastanza sobrio. Nella cappella si trova l’affresco della Madonna delle Grazie, risalente al 1466, l’autore si è raffigurato tra la folla dei fedeli, ai piedi della Madonna. Sui cinque altari laterali sormontati da colonne e pregevoli decorazioni a stucco, vennero collocate altrettante tele raffiguranti i Misteri della vita di Cristo, dipinte dal fabrianese Luigi Lanci, tranne la “Natività”, realizzata nel 1759 dall’artista anconetano Nicola Bertucci. Anche la Cappellina venne riadattata al nuovo gusto artistico dell’epoca e secondo il progetto di Mattia Capponi, mentre le decorazioni della volta furono eseguite da Luigi Lanci. Due quadri collocati a fianco dell’affresco della Vergine, dipinti dal pittore veneto Angelo Zona nel 1843 e dal pittore di Jesi Luigi Mancini nel 1850, stanno a ricordare gli interventi miracolosi della Madonna contro la peste e contro i francesi.

Curiosità
In vicinanza alla chiesa di San Nicolò, si trovava un’edicola dove era affrescata l’immagine della Madonna. Nel 1454 a Jesi come nel resto della provincia a partire dalla costa, esplode una grande epidemia di peste. Erano passati due anni e metà della popolazione di Jesi ne era rimasta infetta. La popolazione stremata dalle sofferenze decide di rivolgersi alla piccola immaginetta sacra. Tutta la popolazione in ginocchio chiede il soccorso della Vergine Santa Maria facendo voto di costruire una chiesa. La peste sparì e gli Jesini, mantenendo fede al voto fatto, in un solo giorno costruirono la cappellina, lavorando alacremente, uomini e donne. Chiesero inoltre al magistrato di dichiarare pubblicamente la Vergine “liberatrice e patrona della città”. Fu fissato come giorno dei festeggiamenti il 2 aprile di ogni anno con una processione ed una messa solenne cui avrebbero partecipato le massime autorità religiose e civili. La Madonna delle Grazie è da più di 500 anni considerata la protettrice della popolazione di Jesi. Più di una volta la popolazione fece voto solenne per implorare il suo intervento e per ben 6 volte fu esaudita. Il primo voto del 1456 per la peste lo abbiamo ricordato, seguì quello del 1517 in ringraziamento della ottenuta concordia con i vicini Castelli dopo tre anni di lotte. Il terzo voto è del 1527: per scongiurare la peste. Il voto successivo è del 1557 e si riferisce alla liberazione di Jesi dalle truppe francesi ad opera di un manipolo di soldati guidati dal Gonfaloniere Roberto Santoni. Ci furono poi i voti del 1564 e del 1649 per ottenere dalla Madonna la liberazione dalla peste; l’ultimo, del 1836, per la liberazione dal colera.

Santuario della Madonna delle Grazie

Santuario della Madonna delle Grazie

Chiesa di San Nicolò
 La chiesa di San Nicolò è l’edificio più antico della città di Jesi, documentato fin dal XII sec. La chiesa ha subito le angherie del tempo e degli uomini ma anche se privata di due importantissime porzioni di affreschi, resta sempre un interessante esempio di innesto di architettura gotica su impianto romanico.

Storia e descrizione
Per la prima volta nel 1219 si parla di un “Burgus Sancti Nicholay”, il nuovo borgo che veniva accogliendo un numero sempre crescente di famiglie immigrate dalle campagne e il nome suggerisce la preesistenza in loco di una chiesetta o cappella dedicata a questo santo. Su una primitiva struttura di dimensioni più modeste delle attuali, di stile romanico, ben visibili soprattutto nella parte absidale, si sono innestate poi le successive forme gotiche, realizzate, probabilmente, alla fine del Duecento. Se al periodo gotico risalgono le volte a crociera sostenute da pilastri compositi, gli archi traversi e il portale, rimandano invece a forme romaniche le navate laterali introdotte da archi a tutto sesto. Particolarmente originale è la decorazione esterna del complesso absidale che presenta una successione di archetti pensili a goccia. Di estrema semplicità è la facciata a due spioventi al cui centro si apre un portale ad arco senese in marmo policromo e ghiera in laterizio a spina. Nel 1333 la chiesa venne affrescata su commissione della Confraternita del Sangue Giusto e fu che qui aveva sede. Due dipinti, che oggi non sono più nello stesso luogo, testimoniano la dignità ed anche lo splendore d’arte dell’edificio. L’uno è l’icona del Sangue Giusto, trasferito a San Giovanni Battista nel momento della dissacrazione della chiesa. L’altro è l’affresco di Pietro da Rimini raffigurante “San Francesco” (1333), oggi conservato alla Galleria Nazionale di Urbino, di cui restano in loco solo dei frammenti nella terza campata sinistra. Tra il secolo XIV e il secolo XV, San Nicolò cessò di essere parrocchia ma il 1 aprile 1599 il vescovo Camillo Borghese, poi Papa Paolo V, la elevò nuovamente. Da questo momento la chiesa subisce tutta una serie di alterazioni e piomba nel degrado più totale. Vengono fatte delle modifiche architettoniche discutibili, nel 1798, con gli editti napoleonici, e per cattive condizioni igieniche, venne chiusa. Successivamente fu adibita a magazzino, prima di legname poi di attrezzi agricoli, di grano, di concimi. Modificata e deturpata ancora di più, rischio di essere demolita finché nel 1910 il Ministero della Pubblica Istruzione pose il monumento sotto la sua tutela e lo salvò dall’imminente distruzione. Nel 1942 i Padri Carmelitani, divenuti proprietari della chiesa, provvidero ai primi lavori di ripristino. Nel 1970 ebbe inizio la vera fase di restauro sotto la vigile attenzione della Soprintendenza ai monumenti delle Marche. Finalmente il 9 settembre 1978, monsignor Oscar Serfilippi la riconsacra, ormai restituita alle sue linee originarie. Dal 1 giugno 2013 la chiesa è custodita e gestita dall’Associazione Cavalieri Templari Cattolici d’Italia.
Chiesa di San Giovanni di Dio – Chiesa di Santa Lucia – Ospedale Fatebenefratelli

La Chiesa di San Giovanni di Dio è più nota come Chiesa di Santa Lucia costruita attorno alla metà del 1700 annessa all’ospedale gestito dall’ordine dei Fatebenefratelli. Vi si venerava una statua in legno della santa, del 1600 e il giorno della Festa di Santa Lucia, in chiesa affluivano molte persone ad invocare la protezione della santa, considerata protettrice della vista. Recentemente, nello stesso giorno, la statua viene esposta in cattedrale.

Ex Conservatorio delle Fanciulle Povere della Divina Provvidenza con Chiesa di S. Ubaldo

Ex orfanotrofio femminile, è un edificio con annessa la chiesa di Sant’Ubaldo, esempio di edilizia “illuminata” della seconda metà del XVIII secolo, dell’architetto romano Virginio Bracci.

L’Istituito del 1777, voluto dal vescovo Ubaldo Baldassini col titolo di Conservatorio delle Povere Fanciulle Orfane Divina Provvidenza, poteva ospitare fino a cento ragazze, che vi imparavano a leggere e a scrivere, far di ricamo e lavori di casa sotto la guida delle suore Clarisse.

Test

Abbazia Santa Maria del Piano
Inizialmente intitolata alla SS.Annunziata, venne poi denominata Santa Maria del Piano per la sua collocazione. Molto interessante la cripta, per lungo tempo interrata poiché adibita a luogo di sepoltura dei parroci e ultimamente riportata alla luce: vi si conserva un bellissimo sarcofago dell’VIII-IXsecolo. Sotto la navata centrale c’era una cappella con un’immagine del Salvatore dipinta su una colonna di mattoni ed oggetto di particolare devozione perché ritenuta miracolosa. 
Storia
La chiesa attuale si deve alla ristrutturazione settecentesca, che conserva non pochi caratteri delle precedenti cinque costruzioni precedenti ed è quanto rimane di una delle più antiche, vaste e potenti abbazie benedettine della Vallesina. I suoi possedimenti erano numerosi e si estendevano dalla valle del fiume Misa fino a quella del fiume Musone, trenta chilometri, come confermato da un documento di una trattativa del 1211 fra l’abate di Santa Maria del Piano e il podestà di Jesi. L’abate scambiava giurisdizione e vassalli in cambio di uno spazio per una chiesa un cimitero ed una casa nella città di Jesi decretando in questo modo la decadenza dell’abbazia. Della prima chiesa si è persa ogni traccia. La seconda di stile romanico a tre navate con soffitto a travi di legno, venne edificata tra il VII e l’VIII secolo sulle rovine del tempio pagano di Minerva. Ricostruita in stile gotico nel XIII secolo e ancora nel XIV Alcuni archi presenti nella parete destra del presbiterio risalgono presumibilmente al XII secolo, così come il frammento di un affresco raffigurante una testa d’angelo rinvenuto su di un pilastro ottagonale durante i recenti lavori di restauro. Nel XVIII secolo la chiesa subì nuove e più radicali trasformazioni che finirono col darle l’aspetto attuale poi ancora nel 1887 con dei lavori sulla parete destra.

Monumenti Religiosi di Jesi: Abbazia di Santa Maria del Piano

Monumenti Religiosi di Jesi: Abbazia di Santa Maria del Piano

 

*Fonte delle informazioni:  Marche.appnauta.com, Wikipedia.com, piccolabibliotecajesina.it


 

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