I Palazzi di Jesi

Come per Macerata, di cui vi abbiamo parlato in un precedente articolo, anche per Jesi una buona chiave di lettura per una visita alla città è quella che mette in risalto i suoi sontuosi palazzi signorili, in grado di raccontarci molte storie, illustrarci lo stile decorativo rococò e neoclassico dei propri interni, mostrarci capolavori d’arte assoluti conservati mirabilmente. Noi però vi illustreremo anche palazzi non visitabili e persino in non perfetto stato di conservazione.
L’invito è naturalmente quello di scoprire meglio le famiglie, i palazzi, le vicende jesine.

Palazzo Honorati-Carotti

Come accennato, i Palazzi di Jesi ci raccontano molte storie  soprattutto delle grandi famiglie jesine che li hanno commissionati. Gli Honorati gestirono per molto tempo la gestione del potere a Jesi condividendolo con le altre maggiori famiglie aristocratiche della città. Alla fine del 1700 erano i più grandi possidenti terrieri e avevano le loro sepolture in Cattedrale nella cappella più ricca di San Lorenzo. Annoverarono cardinali e vescovi e furono fra i fondatori della Cassa di Risparmio di Jesi che tanto merito ebbe nello sviluppo economico del territorio.

Storia
Il Palazzo Honorati-Carotti ha origine nel rinascimento, quando nel 1601 Lorenzo Honorati acquista due unità immobiliari nel cuore cittadino. L’edificio verrà ristrutturato e ampliato più volte a partire dal 1703, dopo l’acquisto, da parte di Bernardino Honorati (1692-1716) del palazzo del Marchese Silvestri. Nel 1725 la Famiglia commissiona al Cavalier Domenico Luigi Valeri la realizzazione delle scene mitologiche che Annibale Carracci aveva dipinto a Palazzo Farnese a Roma a partire dal 1597. Verso la metà del secolo, Giuseppe Honorati (1692-1769) affidò i lavori di sistemazione all’architetto romano Virginio Bracci, supervisore per la Sacra Congregazione di San Luca. Il palazzo venne completato alla fine del Settecento. Nel palazzo era conservata una pregevole collezione di dipinti e una ricca biblioteca di famiglia, avviata sotto Giuseppe Honorati e giunta al massimo del prestigio alla fine del Settecento con il cardinale Bernardino. Passato alla famiglia Ricci e da questa, nel 1870, ai Carotti, il palazzo nel 1930 venne acquistato dal Comune di Jesi. Attualmente è sede del tribunale, dopo esserlo stato della pretura e delle carceri mandamentali.
Palazzi di Jesi: Palazzo Honorati Carotti

Palazzi di Jesi: Palazzo Honorati Carotti

Palazzo Balleani

Il Palazzo Balleani ci racconta di una delle maggiori famiglie nobili jesine. Tanto potenti, perché Capi riconosciuti della locale fazione ghibellina, che nel 1282, si impossessarono della città con un colpo di mano, togliendola alla “sudditanza del pontefice”. Parteciparono per almeno cinque secoli al governo di Jesi.

Descrizione
È un esempio di rococò locale, venne realizzato a partire dal 1720 su disegno dell’architetto romano Francesco Ferruzzi. Sull’elegante facciata, dagli spigoli arrotondati, è una caratteristica balconata rococò con ringhiera in ferro battuto sorretta da quattro possenti telamoni, realizzata nel 1723 dal ravennate Giovanni Toschini, autore anche della statua con Vergine e Bambino collocata nel 1727 in una nicchia al centro della facciata recante l’iscrizione: Posuerunt me custodem (Mi misero come custode). L’interno colpisce per la ricchezza delle sale con i soffitti dai leggerissimi e raffinati stucchi dorati, eseguiti da diversi artisti, tra cui i decoratori Giuseppe Confidati, Antonio Conti, Marco d’Ancona, Orazio Mattioli e il pittore Giovanni Lanci.
Palazzo Bisaccioni

Il Palazzo Bisaccioni ci fa conoscere la famiglia Jesina dalla storia più interessante di tutte. La famiglia Bisaccioni era anticamente conosciuta come “Buscareto” e compare per la prima volta nel XII secolo a Montenovo (oggi Ostra Vetere) con Ammazzaconte Buscareto. Nel 1240 due Buscareto si schierano con la parte ghibellina che era con l’imperatore Federico II quando entrò (dietro breve preavviso) come liberatore nella Marca di Ancona, ricevendone in cambio la cittadinanza onoraria di Jesi e, in un crescendo di affermazione politica, nel 1298 il titolo di conte. La storia di questa famiglia sarà poi tutta nel rapporto opportunistico di amore-odio verso il dominio temporale della chiesa che li vide alla fine perdenti. Non si sa come, nonostante ne fossero stati banditi, li ritroviamo nel 1500 a figurare “tra le venticinque più importanti casate” della città. I loro membri ricoprirono anche cariche pubbliche, ma sempre “irrequieti” e in competizione, con le altre famiglie.

Descrizione
In piazza Angelo Colocci, il Palazzo Bisaccioni si erge su una parte dell’antico muro del teatro romano. Costruito su un precedente edificio del XIV secolo, venne ampliato e progettato con linee rinascimentali nella prima metà del XVI secolo (sulla cornice superiore di una finestra si legge l’anno 1527). Nell’Ottocento fu acquistato dalla famiglia Honorati e nel 1870 divenne sede della Cassa di Risparmio di Jesi. In quegli anni subì un intervento di ristrutturazione edilizia molto consistente: “della originaria facciata rinascimentale rimangono alcune finestre con i loro apparati lapidei ed il pregevolissimo portale d’ingresso scolpito ed iscritto a fine lastre di pietra d’Istria”. Attualmente è sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi.
Collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi
Le sale del palazzo espongono numerose opere d’arte antica, moderna e contemporanea, reperite nel tempo attraverso lasciti e acquisti passati. Le sale espositive sono disposte su due piani: al primo piano si trovano le opere che vanno dal ‘500 al ‘700 (arte antica), mentre al piano terra sono esposte le opere del ‘900 (arte contemporanea).  In ogni piano le opere sono ulteriormente divise per scuola pittorica. Sono visitabili anche la Sala Convegni, la biblioteca delle pubblicazioni edite dalle Fondazioni Bancarie Italiane, l’Archivio Storico e il Caveau con l’esposizione delle monete e delle banconote in lire coniate dalla Costituente fino all’entrata in vigore dell’euro. Nelle teche, disposte durante il percorso sia al piano terra che al primo piano, sono conservati documenti storici della Cassa di Risparmio di Jesi relativi all’attività creditizia e registri che ne testimoniano le originarie finalità filantropiche.
Palazzo Colocci – Museo Colocci

Palazzo Colocci ci fa conoscere la famiglia forse più nobile di tutte a Jesi. Di antichissima origine, la famiglia Colocci discende dalla gens Actonia di stirpe longobarda, stanziatasi nel IX secolo nelle valli dell’Umbria e poi nella valle dell’Esino intorno all’anno Mille. Una famiglia Jesina che espresse personalità di spicco. Una di queste fu Antonio Colocci (1820-1907), fervente patriota, prese parte alle vicende risorgimentali e con l’avvento dell’Unità d’Italia entrò in Parlamento come deputato e poi come senatore. Sposò Enrichetta Vespucci, ultima discendente della casata del famoso navigatore fiorentino, dalla quale ne ereditò anche il titolo di duca. Fu così che nel palazzo hanno vissuto gli ultimi discendenti di Amerigo Vespucci e ospita la Casa Museo Marchese Adriano Colocci Vespucci.

Descrizione
Antica residenza gentilizia dei marchesi Colocci, probabilmente la struttura originaria risale al XV secolo. Così come appare oggi, il palazzo è la risultante di una serie di interventi realizzati nei secoli XVI e XVII che hanno occultato la fisionomia rinascimentale dell’edificio.

Il palazzo resenta una facciata lineare in laterizio e portale bugnato che dà accesso all’ampio elegante scalone, sorretto da colonne, di ispirazione vanvitelliana realizzato tra il 1744 e il 1746 dall’architetto romano Pietro Paolo Alfieri. In un’antica lapide posta lungo lo scalone si legge: “Satis antiquate opes optimi more set studia bonarum artium domum hanc nobilitarunt” (“l’antica potenza, gli ottimi costumi e gli studi delle arti nobilitarono a sufficienza questa casa”).

Il piano nobile conserva bei soffitti a padiglione, notevole quello del salone delle feste decorato da affreschi illusionistici di Luigi Lanci. Dal 1985 il Palazzo è sede del Museo Adriano Colocci.

Palazzi di Jesi: Palazzo Colocci

Palazzi di Jesi: Palazzo Colocci – ATTUALMENTE IN FASE DI RESTAURO

Palazzo del Comune

Il Palazzo Comunale di Jesi è eretto sulle fondazioni della Rocca urbana realizzata da Baccio Pontelli. I resti di questa costruzione che iniziò ad essere demolita già nel 1527 consistono in una massiccia struttura di una torre di rinfianco visibile nei sotterranei, non visitabili. Il Palazzo Comunale venne costruito alla fine del sec. XVI, su disegno dell’architetto urbinate Lattanzio Ventura, per ospitare la Magistratura cittadina costretta a trasferirsi nel 1585 dal Palazzo della Signoria per dar posto al Governatore Pontificio.
Nell’occasione, venne anche realizzato l’attuale atrio di ingresso e un porticato come quello dell’adiacente Palazzo Ricci che venne poi chiuso nel 1773 per problemi di stabilità
Descrizione
La facciata si presenta con scansioni geometriche lineari a tre ordini di finestre munite di cornici. Nell’atrio sono conservati cimeli storici e lapidi, di cui una riporta la trascrizione della famosa lettera fatta pervenire agli jesini, nell’agosto del 1239, da Federico II per esortarli a passare dalla sua parte nella lotta contro il Papato. Al primo piano si trovano: la Sala del Consiglio, con belle prospettive architettoniche alle pareti dipinte dall’artista Lorenzo Daretti (sec. XVIII); la Sala della Giunta, la Sala degli Sposi, attualmente del Sindaco. Quest’ultimo ambiente è un piccolo gioiello neoclassico, con volta a botte, decorato con cassettoni dipinti a lacunari e rosoni, terminante in una nicchia absidata, decorata a losanghe che racchiudono leggiadre figure femminili danzanti. Sulla volta, opera dell’artista Felice Giani (1758-1823) e dell’ornatista mantovano Gaetano Bartolani, che le realizzarono alla fine del sec. XVIII, una raffigurazione a tempera ricorda il Sacrificio di Virginia, eroina romana celebrata anche da Vittorio Alfieri, mentre nel catino, figura una rappresentazione allegorica con l’Incoronazione della Giustizia da parte della Felicità.

Palazzo della Signoria

Il Palazzo della Signoria è la sede originaria della Magistratura Cittadina. Nel 1586 è ceduto al Magistrato Pontificio e da allora diviene il Palazzo del Governatore fino all’Unità d’Italia.
Una delle particolarità è che nonostante si chiamasse “Palazzo della Signoria”, non ospitò mai una “Signoria” di Jesi, fu il palazzo del Comune, il palazzo dei Príori, il palazzo del Governo, una prigione, una scuola ed anche un mercato. Quindi il nome nonostante non sia appropriato, non è mai stato cambiato.
L’edificio, progettato dall’illustre architetto senese Francesco di Giorgio Martini, viene realizzato tra il 1486 e il 1498.
Al di sopra del grande portale d’ingresso è posta un’edicola rettangolare con all’interno un grande leone rampante, stemma della città. Parte interessante del palazzo è il cortile porticato interno, su disegno del famoso architetto fiorentino Jacopo Tatti detto il Sansovino, con tre ordini di logge sebbene l’ultimo non sia mai stato completato.

Biblioteca Planettiana
La Biblioteca comunale Planettiana, collocata nel rinascimentale Palazzo della Signoria, opera del celebre architetto senese Francesco di Giorgio Martini, fu fondata nel 1859 grazie alla donazione della libreria del Marchese Angelo Ghislieri e prende il nome dal prezioso fondo librario ed archivistico donato dalla famiglia Pianetti al Comune di Jesi. Al suo interno sono custoditi numerosi fondi antichi composti da manoscritti, incunaboli, cinquecentine, frutto di donazioni e depositi da parte di enti e di privati. A questa raccolta va aggiunto l’Archivio storico comunale e numerosi archivi di enti e di privati, importanti risorse per ricerche e studi sulla storia locale e circondariale di Jesi. Anche la sezione di pubblica lettura, si è andata incrementando costantemente anche nelle sezioni dei periodici e quotidiani, quella locale, la fototeca, la biblionastroteca per non vedenti e la sezione speciale per ragazzi.
Biblioteca dei Ragazzi
La Biblioteca dei Ragazzi è una sezione “speciale” della Biblioteca Comunale Planettiana dedicata agli utenti di età compresa fra 0 e 14 anni. Istituita nel 1964 rappresenta una delle più longeve esperienze italiane di Biblioteca per Ragazzi. Nel corso di quasi 50 anni di attività ha saputo dare risposte efficaci alle varie generazioni di piccoli lettori che si sono succedute offrendo innanzitutto materiali sempre aggiornati e di grande qualità editoriale, mantenendo un’attenzione particolare e costante nei confronti di tutte le problematiche legate all’educazione e al benessere dei cittadini più piccoli, partecipando attivamente all’evoluzione culturale e sociale degli ultimi decenni. La Biblioteca dei Ragazzi si pone infine nei confronti della Scuola e di tutte le altre agenzie educative del territorio in una posizione di servizio e collaborazione, offrendo la propria competenza e il patrimonio di cui dispone a quanti intendano operare in qualsiasi forma a favore di tutti i bambini e i ragazzi della Città senza alcuna distinzione.
Curiosità
Sulla facciata è possibile notare, a sinistra del portone, una curiosità: una lastra di marmo dedicata a Papa Alessandro Sesto riporta delle linee, queste erano le unità di misura ufficiali dell’epoca, la canna e il passo e il trapezio serve per misurare senza errori tegole e mattoni. Non tutti avevano in casa il metro che abbiamo oggi regolarmente in casa e si affidavano alle misure in piazza.
Palazzo ex Appannaggio

Le suore Clarisse di Santa Chiara si trasferirono, nel 1604, dal quello che era il vecchio convento, attuale Palazzo Pianetti Vecchio, nel grandioso monastero voluto dalla nobiltà jesina e costruito nell’area dell’attuale ex Appannaggio.

A seguito delle vicende napoleoniche, il convento venne espropriato e passò di proprietà ad Eugenio di Beauharnais, Duca di Leuchtemberg. Ceduto nel 1845 allo Stato, passò alcuni anni più tardi al Comune che lo fece risistemare dall’ingegnere Raffaele Grilli per nuove funzioni pubbliche.

Palazzi di Jesi: Palazzo Ex Appannaggio

Palazzi di Jesi: Palazzo Ex Appannaggio

Palazzo Ricci

I Ricci sono un’antica famiglia jesina, tra le maggiori della città dalla seconda metà del 1500. Combatterono per la Chiesa e parteciparono al governo della comunità locale fino all’Ottocento.

Descrizione
Il Palazzo Ricci è un’antica dimora nobiliare di Jesi e costituisce uno dei migliori esempi dell’Architettura rinascimentale della città. L’edificio, a due piani, si erge su un portico a sei archi a tutto sesto intercalati da lesene. Caratteristica del palazzo è la bella facciata principale, rivestita a bugnato a punta di diamante in pietra bianca d’Istria, che si ispira al celebre Palazzo dei Diamanti di Ferrara e al più vicino Palazzo Mozzi di Macerata, realizzato appena qualche anno prima. La facciata neoclassica, su tre arconi e scandita da possenti colonne.

Storia
Il terreno si addossava alle mura cittadine, sul luogo dell’allora Rocca Pontelliana quando nel 1544 Vincenzo di Costantino Ricci commissionò la ricostruzione del palazzo cittadino all’architetto Guido di Giovanni da Bellinzona, poi a Pierantonio di Baldassarre da Carena, e terminati da due costruttori jesini, Guido di Giovanni e Giovanpietro di Beltrani nel 1547. Con l’abbattimento della “Rocca Pontelliana”, nel 1890, il palazzo venne notevolmente ampliato sul terreno fino ad allora occupato dal torrione meridionale della fortezza. Fu allora che si realizzò il prospetto posteriore che dà sulla centrale Piazza della Repubblica.

Palazzo Ripanti

La nobile famiglia Ripanti è presente a Jesi già dal secolo XIII; ad essa appartenevano personaggi di prestigio come Angelo, vescovo di Jesi dal 1505 al 1512, altri furono cavalieri di Malta, altri amministratori pubblici e umanisti.

Storia e descrizione
La sede si estende per tutto il fronte meridionale di piazza Federico II e costituisce un complesso residenziale tra i più vasti della città. In origine il palazzo aveva dimensioni più piccole rispetto ad oggi: nel 1500 venne ampliato per volere di Girolamo Ripanti. Nel 1724, i Ripanti con il conte Emilio acquistano dalla famiglia Grizi l’adiacente edificio già Ospedale di S. Lucia e poi, dal 1601 al 1724, residenza della famiglia Grizi. Il vecchio palazzo di famiglia venne collegato alla nuova proprietà tramite un portico e la famiglia provvide alla decorazione delle due facciate riservando la migliore al proprio palazzo. L’ex ospedale fu risistemato soltanto al suo interno, ricavandone un nuovo monumentale scalone a tre rampe, il teatro e le sale decorate da Domenico Valeri.
Per i rifacimenti i Ripanti si avvalsero dei contributo degli architetti Angelo e Andrea Vici di Arcevia, ispirati alla scuola Vanvitelliana. Alla fine del XVIII sec. il portale barocco fu trasformato in stile neoclassico, sormontato da un terrazzo sorretto da due colonne e presenta tre ordini di finestre con architravi ornati alternativamente da emblemi della conchiglia, del sole nascente e dell’aquila (questi ultimi due compaiono anche nello stemma di famiglia). Lo scalone monumentale viene decorato con statue dello scultore Giocchino Varlé giunto nelle Marche a seguito del Vanvitelli, inoltre venne chiusa una parte del cortile.
Il prospetto di rappresentanza è costituito da mattoni a faccia-vista e colonne, inferriate in ferro e finestre ampie e colorate (sulla facciata c’è una lapide che ricorda la nascita di Federico Il nel 1194). Le altre facciate sono semplici (mattoni) con finestre prive di decorazioni.
Le stanze, all’interno, presentano decorazioni ai soffitti. Attualmente l’edificio è proprietà della Cassa di Risparmio e del Comune di Jesi, e utilizzato per abitazioni, ma in particolare per uffici.
Museo Diocesano
Il Museo Diocesano di Jesi è stato fondato nel 1966 con lo scopo di raccogliere, conservare e valorizzare le testimonianze dell’arte religiosa provenienti da tale territorio. Ad oggi custodisce un cospicuo patrimonio di beni culturali appartenuto alle chiese della Diocesi, e si colloca temporalmente tra il IV e il XIX secolo. Il museo è ospitato in alcuni locali di Palazzo Ripanti Nuovo, a fianco della Cattedrale di San Settimio, e si propone come luogo di incontro tra il bello e il sacro, tra le tradizioni sedimentate nei secoli dalle comunità cristiane della Vallesina e la comunità che oggi vive questo territorio. Non solo custode di memoria, il museo possiede anche una ricca sezione di arte contemporanea, frutto dell’odierno dialogo tra arte e fede negli artisti locali e nazionali.
Biblioteca Diocesana Cardinale Pier Matteo Pietrucci
La Biblioteca Diocesana Card. Pier Matteo Petrucci (1636-1701) ha da diversi anni una definitiva e funzionale sistemazione nel settecentesco Palazzo Ripanti, in Piazza Federico II, con ingresso in via Santoni n.1. Costituita dai fondi antichi dei Padri dell’Oratorio, dei Padri Conventuali una volta in S. Floriano e con quelli del vecchio Seminario, aggiornata più recentemente con i contributi di sacerdoti anche viventi, di privati e con acquisti mirati, dispone di oltre 30 mila volumi. Le preziose cinquecentine e il fondo filippino che si lega alla biblioteca personale del Card. Petrucci Vescovo di Jesi, figura eminente di vescovo e di scrittore, coinvolto nella crisi quietista, sono di grande interesse. L’impronta che la caratterizza è quella di una biblioteca biblica, teologica, storica, ascetico-agiografica, con una ricca presenza di Arte a carattere religioso. Dispone anche di una parte archivistica raccogliendo il fondo storico della Parrocchie della città e del comune di Jesi, specie di quelle parrocchie nelle quali non risiede più il parroco.
Palazzo Pianetti – Tesei

Antica famiglia originaria di Urbino, giunse a Jesi nel 1551 e si stabilì in contrada detta “il Piano”, e per questa ragione vennero chiamati i pianetti. Arrivati a Jesi come lavoratori, amministrarono talmente bene le loro finanze che cento anni dopo risultavano tra i più ricchi della zona.  Un prerequisito, questo, che nel 1659 permise loro l’aggregazione alla nobiltà jesina. Risale alla fine del Settecento la costruzione del Palazzo Pianetti, che doveva simboleggiare il tenore di vita della famiglia.

Storia
 Palazzo Pianetti  fu costruito alla metà del Settecento ed è un capolavoro del rococò italiano. E’ il più importante dei Palazzi Storici di Jesi e del territorio e l’unico esempio in Italia di stile Rococò di influsso mitteleuropeo. La lunghissima facciata è aperta da cento finestre, mentre sul lato posteriore vi è un bellissimo giardino all’italiana.

Il Palazzo venne costruito nella zona detta “Terravecchia”, a ovest, appena fuori le mura della città, dove soprattutto fra ‘600 e ‘700 si insediarono le nobili famiglie cittadine a causa dei terremoti che devastavano la città vecchia. Il Marchese Cardolo Maria Pianetti, appassionato d’alchimia, e già architetto di Carlo VI d’Asburgo, disegnò un progetto per la costruzione della nuova residenza di famiglia in un gusto riecheggiante lo stile austriaco. Il progetto definitivo fu affidato al pittore e architetto di Jesi Domenico Valeri, che ne avviò la costruzione a partire dal 1748. L’edificio si compone di un corpo centrale che si affaccia su un giardino all’italiana cinto da mura terrazzate. La facciata principale, con le sue cento finestre, venne realizzata su progetto dal bolognese Viaggi, allievo dell’architetto Alfonso Torreggiani ispirandosi alla facciata di palazzo Aldovrandi di Bologna già opera del suo maestro. La facciata che dà sul giardino, è invece dovuta all’architetto veneziano Antonio Croatto. Secondo l’uso tipico del XVIII secolo, il Palazzo si sviluppa in due piani più mezzanino. Nel corso del tempo vennero apportate varie modifiche all’edificio, e si pensava anche alla realizzazione di una biblioteca, ad uso anche pubblico, che raccogliesse il cospicuo patrimonio librario accumulato via via dai membri della famiglia, ma che in seguito all’occupazione napoleonica della città non venne mai realizzata; tuttavia oggi costituisce il nucleo centrale della Biblioteca Civica. Nella metà del XIX secolo, in occasione del matrimonio fra il Marchese Vincenzo Pianetti e la Contessa fiorentina Virginia Azzolino, si diede inizio a una serie di lavori di ristrutturazione del Secondo piano, volti anche alla creazione di uno scalone d’onore che dia miglior acceso ai piani del palazzo. I lavori iniziarono a partire dallo scalone decorato a Trompe-l’œil nel 1858 sotto la direzione dell’architetto Angelo Angelucci da Todi.

La Galleria degli Stucchi
La Galleria, ricavata nella facciata interna del Palazzo, ne occupa tutta la sua lunghezza. La Galleria degli stucchi, rappresenta un esempio unico di decorazione rococò con stucchi e affreschi di stampo mitteleleuropeo realizzati tra il 1767 e il 1770 dallo stuccatore e pittore milanese Giuseppe Tamanti al quale si affiancarono Giuseppe Simbeni e Andrea Mercoli. Le scene lagunari e gli ornati dei parapetti di porte e finestre, eseguiti tra il 1771 e il 1779, furono eseguiti dall’aquilano Giuseppe Ciferri. Il sontuoso arredo che si iniziò a costruire nel 1771 è andato perduto. Il tema pittorico è quello dell’avventura dell’Uomo nel tempo e nello spazio. Sulle pareti e nella volta è raffigurato il Tempo che scorre, i Mesi, i Segni Zodiacali, le Quattro Stagioni; il ciclo degli Elementi primari della natura, Terra, Acqua, Aria, Fuoco; i Quattro continenti allora conosciuti, Europa, Africa, Asia, America. Negli ovali, scene lagunari e marine, sviluppano il motivo del percorso dell’uomo verso la conoscenza sorretto dalle Arti liberali di Pittura, Scultura, Architettura e Musica. Nella volta dell’esedra finale, che funge da cardine tra la Galleria e la prima della fuga di stanze adiacenti, si svolge il tema delle Virtù cardinali, e negli stucchi sovrapporta le allegorie del Giorno e della Notte.
Le Stanze di Enea
Le “Stanze di Enea” che devono il nome al mito di Enea raffigurato nei soffitti a volta a padiglione, sono sei locali disposti in successione formando una “fuga”, secondo i canoni dell’architettura del XVIII sec.. Esse si sviluppano tra la Galleria degli Stucchi e il prospetto principale del palazzo, sul quale si affacciano. Le pitture furono eseguite a tempera tra il 1781 e il 1786 da Carlo Paolucci di Urbino e Placido Lazzarini di Pesaro, ispirandosi alle incisioni di un manoscritto dell’Eneide della Biblioteca Vaticana. La Galleria degli stucchi era terminata da tempo ed ora una nuova corrente pittorica cercava di imporre i suoi dettami. E’ così che con le Stanze di Enea si raggiunge un compromesso fra la decorazione Rococò con i suoi scorci illusionistici e una certa esuberanza di motivi ornamentali come festoni, fregi, mascheroni, medaglioni, puttini e la compostezza formale e il distacco sentimentale del Neoclassicismo. Il tema delle sei stanze ha inizio dall’Esedra. La prima vede rappresentate le “Leggende Troiane”, antefatto del racconto virgiliano: Il “Sogno di Ecuba; lo “Sbarco di Elena a Troia; “Achille nell’isola di Sciro”, Il “Ratto di Ganimede”; Il “Sacrificio di Ifigenia. Nelle successive tre sale sono ricordati i primi sei libri del poema coi soggetti di “Enea che fugge da Troia in Fiamme” (ritenuto il capolavoro del ciclo), “Venere implora la benevolenza di Giove”, i “Penati appaiono in sogno ad Enea”, “Enea incontra la Sibilla Cumana”, “Enea incontra il padre Anchise nell’Averno”; quelli più vicini all’Odissea omerica. La quinta stanza riporta alcuni soggetti narrati dagli ultimi sei libri dell’Eneide, fra cui “Enea viene catturato dal vecchio Japige”, “Enea sbarca a Pallanteo per ottenere aiuti miliari da Evandro”, “Enea uccide Turno”; che ricordano maggiormente l’Iliade. L’ultimo ambiente, il Salone delle Feste, è destinato alla celebrazione della Poesia con la scena centrale di “Apollo incorona Virgilio sul Parnaso”. Intorno compaiono anche dei monocromi verdi con il mito di “Orfeo ed Euridice. Le scene, racchiuse in cornici dipinte a Trompe-l’œil, riportano in genere azioni corali.
L'Appartamento Privato dei Marchesi
Le stanze che si trovano al Secondo piano sono quelle della vita quotidiana della famiglia Pianetti. Composte di sale, salotti, guardaroba, camere da letto e da toilette, sono state realizzate e decorate in periodi diversi. Tutto l’appartamento subì forti rimaneggiamenti in occasione del matrimonio fra il Marchese Vincenzo Pianetti e la Contessa fiorentina Virginia Azzolino avvenuto nel 1859. Già l’anno prima i lavori iniziarono sotto la guida dell’architetto Angelo Angelucci da Todi. Lo stile delle decorazioni, in particolare delle stanze che danno sul giardino, sono realizzate a grottesche di un sapore ancora settecentesco e rococò con raffigurazioni imperniate sulle grazie di Venere, maestra delle arti amatorie. Se alcune pitture non sono di facile attribuzione altre sono certe come quelle di Luigi Lanci di Fabriano e di Fortunato Morini di Ancona. Particolarmente raffinata risultano la Caffè-House, sorta di salotto rotondo con cupola piatta dall’impressionante acustica; l’Alcova e le stanze che si affacciano sul prospetto principale, sono state decorate dopo la morte della Contessa Virginia, a partire dal 1877 ad opera del fiorentino Olimpio Bandinelli in un sapore neo-rinascimentale. L’anticamera e la sala da pranzo sono di gusto risorgimentale con l’Allegoria dell’Italia nella prima e i cammei dei “geni italici” (Tiziano, Leonardo, Michelangelo e Raffaello) nella seconda come volute da volute dalla figlia, la Contessa Emilia Pianetti.
Il Giardino
E’ un giardino non di grandi dimensioni realizzato a partire dal 1748 su progetto dello stesso dell’architetto e pittore Domenico Valeri del palazzo e completato solo nel 1764. Rappresenta un gradevole “salotto e teatro all’aria aperta”per il sistema di scale e terrazze con le mura che lo che fanno da “spalti”. Un “giardino all’italiana” con un buon corredo di statue a soggetto mitologico realizzato intorno al 1756 dallo scultore Antonio Bonazza da Padova. due sculture semi sdraiate della “Fama” e del “Tempo”, le sculture (oggi in diversa collocazione) delle Virtù che nobiliari: “Prudenza”, “Giustizia”, “Fortezza”, “Nobiltà”, “Generosità” e “Temperanza”; i 12 puttini che in gruppi di quattro rappresentano le parti del giorno, gli elementi naturali e le stagioni sulla cancellata in ferro battuto continua nell’entrata al giardino, la “Fama” e il “Tempo”. Le statue degli spalti sviluppano il tema dell'”Abbondanza”, con Bacco, Cerere, Vertumno e Pomona; e della “Fertilità”, con Ercole, Jole, Flora e Zefiro. Nelle scale e nelle terrazze è il tema della “Ragione” che controlla la “Natura”, rappresentate tramite “Divinità pagane” dove a Mercurio si contrappone Palaistra, a Saturno Opis, a Marte Venere, ad Apollo Diana, e a Giove Giunone. Dalle vasche e fontane emergono cavalli marini, delfini e divinità marine come Nettuno, Glauco, Galatea e Anfitrite, atte a svolgere il tema del “Rinnovamento” rappresentato dell’acqua. Del famoso orologio che Francesco Livisati costruì nel 1753 oggi resta solo il quadrante dipinto sul timpano della prospettiva architettonica. imperniato sulla torretta centrale che funge da prospettiva architettonica di fondo.
Pinacoteca Civica
La Pinacoteca Civica ospitata nel prestigioso Palazzo Pianetti è uno dei più importanti tesori della città che dal 1981 conserva un’interessante collezione d’arte che va dalla prima metà del ‘400 fino ai nostri giorni. Esposte nelle sale fra le opere maggiori i dipinti eseguiti da Lorenzo Lotto per chiese e confraternite cittadine. Il nucleo lottesco è composto da opere di primaria importanza per l’arte rinascimentale italiana: dalla Deposizione, un olio su tavola datato 1512 rencentemente restaurata e tornata a nuova vita, alle opere della maturità, come la Pala di San Francesco al Monte e la monumentale Santa Lucia davanti al giudice (1532). La Visitazione (1530), L’Annunciazione, la Madonna col Bambino e santi, San Francesco che riceve le stimmate (1526), San Gabriele, Annunciata (1526). Importanti per ricostruire il percorso artistico delle città sono inoltre la tavola di Nicola di Maestro Antonio d’Ancona, le opere di Giuliano Presutti, di Pietro Paolo Agabiti, del Pomarancio. Collezione in continua crescita, visto che grazie al Premio Rosa Papa Tamburi ogni anno si arrichisce con nuove opere d’arte. Vi sono custodite, inoltre, epigrafi funerarie, terrecotte robbiane, vasi da farmacia e ceramiche.
Curiosità
Con la sua lunghezza complessiva di 76 metri la Galleria degli stucchi di Palazzo Pianetti-Tesei di Jesi risulta essere la galleria settecentesca più lunga d’Italia dopo quella di Diana della Reggia di Venaria Reale nei pressi di Torino.
Palazzo Pianetti Vecchio

Risale alla seconda metà del XVI secolo realizzato su progetto di Raffaele Spacciolo da Urbino. Il Palazzo che è stato proprietà dei marchesi Pianetti fino agli inizi del secolo scorso, fu inizialmente il primo convento delle Clarisse, che vi si stabilirono fra il 1579 e i 1604 e vi si trova la chiesa di San Bernardo.

Studio per le Arti della Stampa
Lo Studio per le arti della stampa di Jesi è stato istituito nel 2000 per documentare la lunga e importante tradizione tipografica della città che ha visto per prima la nascita, nella regione Marche, di una tipografia e, contestualmente, la stampa di una delle prime edizioni della Divina Commedia, nel 1472, ad opera del tipografo Federico de’Conti. Il museo ha sede nel cinquecentesco palazzo Pianetti vecchio e si sviluppa in un ampio e luminoso salone dove, in uno scenario suggestivo e di grande effetto visivo, sono esposti torchi e macchine da stampa di varie epoche insieme a libri rari e di pregio. Pertanto il percorso museale evidenzia e approfondisce i due aspetti che caratterizzano l’invenzione che ha cambiato la storia del sapere umano: i macchinari tipografici e i libri come prodotto finale.

 

Palazzo Ghislieri Nuovo

I Ghisleri sono il ramo jesino della antichissima famiglia dei Ghislieri di Bologna stabilitosi a Jesi verso il Mille. Per secoli tennero in mano il potere economico a Jesi: nel 1400 risultavano essere i maggiori possidenti. Nella chiesa di San Floriano i Ghislieri avevano in patronato una cappella con tombe di famiglia; nel 600 ricevettero beni in eredità dalla famiglia Amici e in cattedrale il loro patronato dell’altare di San Biagio.

Descrizione
Prospettante su piazza Federico II, venne costruito verso la fine del Settecento sull’area su cui si ergeva un edificio fortificato a mo’di castello, risalente al XIII secolo. Nella seconda metà del sec. XV, a seguito dell`avanzamento della porta urbica adiacente (attuale porta Garibaldi), viene rimodellata tutta l’area limitrofa alla chiesa di S. Floriano, compresa quella dell’antica residenza della famiglia Ghislieri. Nell`Ottocento l`architetto Raffaele Grilli di Jesi ristruttura il palazzo nelle forme attuali, aprendo un cortile rettangolare davanti al prospetto principale. La facciata principale è “decorata a bugnato, con pietre angolari e cornici alle finestre, mentre il prospetto in via del Fortino è semplice e senza decorazioni”.

Palazzo Ghislieri – Scalamonti o Ghislieri Vecchio

Il palazzo viene costruito alla fine del `400 per volontà di Gregorio Ghislieri, sull’impianto di un preesistente edificio medievale, di cui rimane ancora una torretta nell’angolo sud-est.
Si accede nel palazzo attraverso un arco che immette in un piccolo cortile con una bella scala trecentesca e un antico pozzo. In cima alla scala, un portale in pietra “con gli stipiti ad alto rilievo rappresentanti elmi, scudi e corazze, intrecciati a grandissimi fregi”; vi si legge il nome dell’antico proprietario: Gregorius de Jsleriis, 1492. Al secondo piano, una sala con grandi tempere su tela raffiguranti noti monumenti architettonici di Roma”. Sulla facciata che prospetta in via del Fortino vi sono due lapidi: una raffigurante lo stemma gentilizio con la scritta Jovannes de Jsleriis,1500, l’altra lo stemma stellato e la mitria del vescovo Tommmaso Ghislieri con la scritta Tomas Jslerius Epus Esinus, 1505.

Palazzi di Jesi: Palazzo Ghisleri Scalamonti

Palazzi di Jesi: Palazzo Ghisleri Scalamonti

Palazzo Amici – Honorati

Gli Amici erano un’antica famiglia nobile di Jesi, nel 1500 era la maggiore proprietaria terriera della zona. Seppellivano in duomo all’altare di San Biagio. La famiglia Amici si estinse 1629 e buona parte dei beni passò in eredità ai Ghislieri ma non il Palazzo che passò agli Honorati.

Storia e descrizione
Il palazzo Amici, la cui costruzione risale al XVI secolo, era uno dei più importanti palazzi del Rinascimento a Jesi. Ubicato all’incrocio tra cardo e decumano massimi occupa un intero isolato, in parte sulle fondamenta del teatro romano. Subì, nel secolo successivo, modifiche e restauri (le finestre del secondo piano risalgono al 1605, quelle del primo al 1619). L’elegante portale fu eseguito nel 1526, e la data è leggibile, da un seguace di Francesco di Giorgio Martini. Nella smussatura del palazzo, all’angolo con piazza Federico II, all’altezza del solaio del primo piano, su una pietra sorretta da una mensola che sorregge un mascheroncino si legge: “Humilitas odiosa superbis – 1534”. (L’umiltà è odiosa ai superbi).

Palazzo dei Convegni

Nasce come uno dei primi alberghi di Jesi, al tempo alloggio per pellegrini. Passò poi alla Congregazione delle Convertite e dopo 1637 trasformato nel monastero delle Suore Clarisse della SS. Annunziata di clausura nel 1664. Nel 1881, le suore lo abbandonarono e l’edificio fu ristrutturato su disegno dell’ing. Antonio Benvenuti. Negli ampi ambienti dell’ex chiesa  a pianterreno, lo scultore Ottaviano Ottaviani vi eseguì dieci grandi medaglioni raffiguranti i primi scienziati italiani. In questo salone e nei locali attigui trovò posto l’ufficio postale, inaugurato il 20 settembre del 1885. Nel 1971 le Poste si trasferiscono e il Comune destina il palazzo a sede per convegni e manifestazioni artistiche e culturali.

Palazzo Franciolini

Palazzo Franciolini ci fa conoscere una famiglia che seppe conquistarsi il posto in società anche facendosi onore in battaglia fuori dai confini italici. Stabilitasi a Jesi nel 1287, forse proveniente dalla Francia, per l’etimologia del nome per la presenza del giglio di Francia sullo stemma e sul cimiero, fu per oltre cinque secoli una delle maggiori famiglie di Jesi. Nel 1500 figurava tra le venticinque più importanti casate jesine. Alla fine del 1700 era l’ottava maggiori contribuente della città. Per almeno due secoli i suoi membri, che ottennero nel Settecento il titolo di conti, parteciparono al governo dello Stato jesino. Famiglia di illustri guerrieri che si distinsero nella difesa contro i Turchi.

Descrizione
Il Palazzo Franciolini si erge nella piazzetta della chiesa di San Pietro Apostolo. Costruito nel XVI secolo, ha subito in seguito lavori che lo hanno alterato in larga parte. La bellezza originaria del palazzo si ritrova nel portale in pietra d’istria al centro della facciata principale con semicolonne e stipiti decorati con mascheroncini e la rosa pentafilla e il giglio di Francia. Infine le quattro finestre al primo piano, andando da destra a sinistra, presentano, nello spazio tra l’arco e la cornice, nei due angoli diametralmente opposti: la prima, due angioletti, uno per lato, la seconda, due maschere, la terza, due ramoscelli con campanule, la quarta, un mezzo busto di un guerriero con elmo e visiera e il mezzo busto di una donna con una vistosa coda di cavallo.

Palazzo Mereghi

Inizialmente era il Monastero di S. Anna, dell’ordine delle Benedettine fondato nel sec. XVII, in cui entrarono molte nobili jesine e forestiere. Espulse le monache nel 1863, buona parte del convento divenne proprietà della famiglia Mereghi che nel costruire il proprio palazzo nel 1880 incorporò anche la chiesa che venne nel 1881, dal marchese Raffaele Mereghi, restituita al culto come cappella privata. All’interno un ampio cortile. Da segnalare la bellissima ringhiera in ghisa dello scalone.
Apparteneva al Palazzo Mereghi la collezione unica al mondo di elementi originali dei un teatrino per marionette (fine 700, inizi 800) conservata ora presso il Teatro Studio Valeria Moriconi.

Palazzi di Jesi: Palazzo Mereghi Ex Convento delle Benedettine di S. Anna

Palazzi di Jesi: Palazzo Mereghi Ex Convento delle Benedettine di S. Anna

Palazzo Vescovile

Il Palazzo fu eretto nel 1200 ed era di dimensioni più ridotte rispetto all’attuale. Venne restaurato nel 1470 circa quando si procedette con i lavori di riedificazione della cattedrale. Fu abbellito nei primi anni del 1500 ed ampliato circa cinquant’anni dopo, dal vescovo Gabriele Del Monte: gli stipiti delle porte ce lo ricordano. Fu ulteriormente ampliato nella sua parte occidentale verso il 1620. Il vescovo Antonio Fonseca nel 1737 vi fece costruire l’attuale cappella in segno di ringraziamento per lo scampato pericolo di un fulmine caduto a lui vicino in episcopio. Nel 1837, il cardinale Pietro Ostini incarica l’architetto Raffaele Grilli e il pittore Vincenzo Donnini, per i lavori di rinnovò totale dell’edificio alle forme attuali.

Palazzi di Jesi: Palazzo Vescovile

Palazzi di Jesi: Palazzo Vescovile

Teatro Giovan Battista Pergolesi

Il Teatro Pergolesi di Jesi è un edificio monumentale di architettura neoclassica, uno dei più notevoli esempi di sala per spettacoli di fine Settecento.

Storia e descrizione
Nel 1790 venne iniziata la costruzione dell’allora Teatro della Concordia nel 1790 a sostituzione del vecchio Teatro del Leone (1731), ormai non più adeguato alle esigenze dell’epoca, per volere e finanziato dalla società di condomini costituita da 54 nobili Jesini, che sottoscrivono l’acquisto dei palchetti dell’erigendo teatro, con il sostegno del Governatore Pontificio mons. D. Pietro Gravina dei Grandi di Spagna. Il Teatro viene inaugurato nel 1798 su progetto originale dell’architetto fanese Francesco Maria Ciaraffoni ma ampiamente rivisto dall’architetto imolese Cosimo Morelli, uno dei più rinomati specialisti dell’epoca nella progettazione teatrale. Morelli provvide ad allargare la pianta ed il boccascena e diede la definizione dell’ampia curva ellittica della sala, da cui dipende la sua ottima acustica. Inoltre rivide il disegno della facciata creando un alto basamento a bugnato liscio con un motivo ad arcate in asse con le finestre a timpano dei piani superiori. La progettazione scenico-arredativa interna si deve all’architetto Giovanni Antonio Antolini, mentre gli apparati decorativi e le pitture a due famosi artisti neoclassici: Felice Giani, che insieme all’ornatista Gaetano Bartolani e gli aiuti Francesco Micarelli e Giuseppe Guiducci dipinse le “Storie di Apollo” sulla volta della sala. La struttura interna, di forma ellittica, è delimitata da tre ordini di palchi più il loggione. Nel corso dell’Ottocento numerosi sono gli interventi a cui viene sottoposto il teatro: dalla sistemazione della piazza antistante nel 1828 ai lavori di ampliamento tra il 1834 e il 1837 sino all’installazione nel 1839 dell’orologio monumentale sulla facciata, dono del principe Beauharnais dopo la sua visita a Jesi. Nel 1850 viene realizzato dal pittore di Jesi Luigi Mancini il sipario storico, in cui è raffigurato l’ingresso di Federico II a Jesi, dove il grande imperatore svevo nasce nel 1194 ma dove in realtà non tornò mai. Nel 1883 il teatro acquisì la denominazione definitiva di “Teatro Giovanni Battista Pergolesi“, in omaggio al celebre compositore nato a Jesi nel 1710. Il ridotto e il foyer ospitano collezioni dedicate alla vita e alle opere dei due celebri compositori Giovanni Battista Pergolesi e Gaspare Spontini, nato nella vicina Maiolati nel 1774.
Gli altri Palazzi di Jesi

  • Palazzo Battaglia
  • Palazzo Boffi
  • Palazzo Bonafede
  • Palazzo Cacciamali
  • Palazzo Carboni
  • Palazzo Fiasconi
  • Palazzo Flori

  • Palazzo Fossa Margutti
  • Palazzo Greppi
  • Palazzo Grizi
  • Palazzo Leopardi
  • Palazzo Magagnini
  • Palazzo Malatesta-Scalavolti
  • Palazzo Manuzi

  • Palazzo Marcelli-Flori
  • Palazzo Nobili
  • Palazzo Pace
  • Palazzo Rocchi
  • Palazzo Salvoni
  • Palazzo Santoni