Il Giro della Santa Casa nei “Solchetti”

Tra tutti i gesti devozionali della tradizione lauretana, il giro penitenziale sui gradini del Rivestimento marmoreo fatto con le ginocchia dai pellegrini, è quello che riscuote maggiore interesse. Viene descritto per la prima volta nella metà del 1500 eseguito dai pellegrini provenienti dalla Croazia imploranti il ritorno della Santa Casa a Tersatto.
A girare intorno alla Santa Casa con le ginocchia fu anche una Regina Polacca nel 1689.
Questa pia pratica fu approvata e assecondata dall’autorità ecclesiastica, addirittura Clemente XIII, il 1° ottobre 1766, concesse l’indulgenza di sette anni e sette quarantene «a chi girava in ginocchio, nella parte esterna, intorno alla Santa Casa».
Fra i pellegrini di tutto il mondo si è diffusa la tradizione di compiere questo gesto devozionale per esprimere la propria riconoscenza alla Vergine Lauretana per l’ottenimento di una grazia implorata o per ricevere protezione in casi di difficoltà fisiche e morali.
Questa tradizione popolare di religiosità testimoniata dai solchi nel marmo desta di per sé interesse e ammirazione ma, se vogliamo, raggiunge il suo apice di ammirazione e turbamento con l’intensa devozione dei pellegrini russi ortodossi, uomini e donne, che con i candidi veli cadenti sul volto, procedono lentamente e faticosamente sulle ginocchia, chini e raccolti in profonda preghiera.

Festa della Venuta della Santa Casa

La Venuta è una festa tradizionale delle Marche, diffusa anche in alcune zone dell’Umbria, che si tiene da più di quattrocento anni la sera tra il nove e il dieci dicembre, accendendo grandi fuochi in città, paesi e campagne.
Nel calendario cattolico, il 10 dicembre è la festa della Madonna di Loreto, che celebra la traslazione della Santa Casa. Nella notte della vigilia, tra il 9 e il 10 dicembre, in tutte le Marche è viva la tradizione di accendere grandi falò per “rischiarare il cammino alla Santa Casa”, si tratta dei fuochi della notte della Venuta, intendendo per “venuta” l’arrivo della Santa Casa.
Il falò acceso in occasione della festa assume nomi diversi a seconda della zona: focaraccio, fogaró, faone, foghèra, faore, focone o anche semplicemente fuoco della Venuta.
I fuochi si accendono alle prime ombre della sera nelle campagne e nei paesi. In genere sono gli scout, o i rappresentanti delle pro loco e i parrocchiani ad occuparsene. Anche nel capoluogo, Ancona, i vari rioni gareggiano per allestire il fuoco più alto e bello. Quando i focaracci sono ormai bassi i ragazzi lanciano petardi e miccette e si sfidano nell’attraversare le braci saltando, tradizionalmente per nove volte.
La tradizione vuole che i fuochi odierni ricordino quelli che nel 1294 illuminarono la strada alla Santa Casa che in volo stava giungendo a Loreto, che ancora è il centro ideale di questa festa.
I fuochi nelle Marche hanno origine nell’antichità quando erano considerati feste di rinnovamento, di buon auspicio e di purificazione per il nuovo ciclo del tempo.
Nei secoli, con l’affermarsi del Cristianesimo, le feste popolari presentano elementi pagani e cattolici fusi fra loro.
In passato si accendevano i fuochi anche all’alba del 13 dicembre per festeggiare S. Lucia, protettrice della vista, la festa organizzata dai fabbri, e il 4 dicembre per S. Barbara, protettrice dei minatori ed artificieri ma oggi è rimasta solo la festa dell’ Immacolata Concezione dell’8 dicembre.
Nelle Marche il nome antico di faugni (dal latino “fauni ignis”, cioè fuoco di Fauno), è andato perso ma non nella tradizione dialettale Abruzzese dove è ancora vivo in “li Faégnë”.
I fuochi per il passaggio della Santa Casa di Loreto, ci rimandano ai fuochi della Faunalia, la festività Romana molto sentita dai Piceni in onore di Fauno, divinità pagana associata alla fertilità della terra, protettrice di pastori, greggi e agricoltura.
Il Conte Monaldo Leopardi, padre del grande poeta Giacomo Leopardi, nei suoi scritti ci fornisce la descrizione delle prescrizioni della festa ufficializzata nel 1624:

  • accensione (ovviamente) di un grande falò;
  • sparo di mortai;
  • suono di tutte le campane (alle 3,30 della notte, ora in cui la Santa Casa avrebbe toccato terra);
  • fuochi sopra alle torri comunali;
  • lumi a tutte le finestre;
  • chi disponeva di un’arma da fuoco doveva sparare un colpo in aria, in segno di festa;
    celebrazione della “Messa della Venuta”;
  • digiuno durante la vigilia (in Ancona);
  • recitazione intorno al fuoco delle Litanie Lauretane.

La popolazione della provincia di Ascoli e di Fermo consumava un’abbondante pasto battezzato con il nome di “Nataletto” (Natalitte).

Tatuaggi sacri e i marcatori di Loreto

La tradizione del tatuaggio italiano nasce proprio di fronte una delle più maestose basiliche d’Italia più di 500 anni fa, per ragioni mistiche e devozionali.
La tradizione, che proveniva dall’uso Romano di tatuare gli schiavi, riguarderò nelle Marche i ceti sociali più bassi, spesso agricoltori e pastori.
Grande impulso all’uso del tatuaggio si ha nelle Marche come avvicinamento alle stimmate di San Francesco, da cui la tradizione di farsi tatuare principalmente mani e avambracci.
A Loreto, presso la basilica, vi era una massiccia presenza di frati, detti Frati Marcatori, che si era specializzata nell’imprimere sulla pelle dei fedeli i marchi del cattolicesimo. Erano tatuaggi semplici, come il profilo della Madonna di Loreto in Dalmatica e Bimbo Gesù in Braccio, il profilo della basilica, l’ostensorio con il Corpus Domini, simboli dei vari ordini.
Tatuarsi a Loreto era il modo di compiere sino in fondo un percorso di espiazione e possederne il ricordo. Così come oggi i pellegrini di Santiago de Compostela non rinuncerebbero mai ad un timbro per ogni tappa (sellos), così da Loreto non si tornava senza un tatuaggio.
I frati applicavano delle tavolette di bosso incise sulla pelle e le stringevano affinché rimanesse l’impronta. Rapidamente, il marcatore, con un pennino formato da tre punte d’acciaio e manico in legno, tracciava spessi puntini per i contorni. Finito il contorno, il marcatore stirava la pelle in ogni lato affinché non uscisse sangue, e poi spalmava un inchiostro di indaco tradizionalmente prodotto nelle Marche che penetrava lasciando per sempre un’impronta turchina.
La pratica, mal vista dalla Chiesa passò dai frati a poche famiglie del posto ed era ancora viva fino a qualche decennio fa. Non sono rare le foto che mostrano contadini marchigiani intenti a mietere il grano con i marchi della propria fede sugli avambracci.
Presso il Museo Antico Tesoro della Santa Casa di Loreto, sono conservate le “tavolette di bosso” conservate e gli altri utensili dei marcatori.

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