Le Marche possono annoverare nella storia una nutrita schiera di donne eroiche, determinate, coraggiose e combattenti. Donne Marchigiane capaci di dare la vita per il bene comune, per il proprio consorte, per la propria famiglia o per un bene o virtù ideale. Con l’aiuto di Wikipedia proviamo a presentarvele nell’ordine in cui i fatti che le resero “leggendarie”, avvennero.

Stamira

Nel 1174, la città di Ancona, una delle Repubbliche Marinare (Repubblica di Ancona), è posta sotto assedio dalle truppe imperiali di Federico Barbarossa agli ordini dall’arcivescovo di Magonza Cristiano di Magonza, Conte di Buch.

Stamira, la statua di Corso Stamira in Ancona

Stamira, l’eroina di Ancona una statua realizzata dallo scultore maestro Guido Armeni – foto “Stamira Ancona (2)” di Claudio.stanco – Opera propria

Contro la città di Ancona sono schierate le maggiori potenze del tempo: truppe germaniche intenzionate a lavare l’onta del 1167 e le forze navali di Venezia, desiderosa di eliminare la rivale commerciale. Una botte incendiaria viene lanciata con successo in prossimità le macchine d’assedio degli attaccanti, ma era molto pericoloso accenderla. Dinanzi alla titubanza dei concittadini, andò una donna abbastanza giovane ma già vedova, di nome Stamira. Con una scure squarciò la botte per poi appiccare il fuoco che, in un attimo, si propagò rapidamente. Le fiamme avvolsero una torre mobile e si propagarono ad altre macchine da guerra disposte nell’assedio, gettando nello sconcerto le truppe degli assedianti. Fiaccati nello spirito e stretti nella morsa della fame, gli anconetani, vedono nell’accaduto un grande segno. Si rincuorano a tal punto da tentare con successo una fulminea sortita, approfittando del disordine e riuscendo a procurarsi dei viveri. Condussero dentro la città molti cavalli sia vivi che morti, “dei quali nemmeno le intestina gettarono via”. L’assedio poté protrarsi fino al sopraggiungere di forze amiche. Quando arrivarono le schiere filopapaline di Aldruda Frangipane contessa di Bertinoro e di Guglielmo Marchesella capo guelfo di Ferrara, Cristiano di Magonza e Venezia abbandonarono il campo. Se dell’epica figura della Frangipane, donna guerriera che precede le truppe innalzando lo stendardo e invocando il nome dell’imperatore Manuele (Manuele I Comneno, imperatore bizantino) si sa molto, di Stamira non si sa nulla. Probabilmente anche il suo gesto sarebbe stato dimenticato se il contemporaneo Boncompagno da Signa, cattedratico a Bologna, non avesse raccontato, pregato dal collega dell’università Ugolino Gosia, podestà di Ancona nel 1201, l’epopea dell’assedio nel suo “Liber de obsidione Ancone”. Alla nostra Stamira in Ancona sono dedicate una statua realizzata dallo scultore maestro Guido Armeni, una via importante come il “Corso Stamira” e numerose organizzazioni sportive.

La Fornarina di San Ginesio

La Fornarina è il giovane personaggio femminile a cui è dedicata la Battaglia della Fornarina, la suggestiva rievocazione storica di San Ginesio, in provincia di Macerata, in cui si commemorano i fatti d’arme del 30 novembre 1377. In quella funesta notte una fornarina riuscì a sventare l’attacco portato al castello di San Ginesio da truppe fermane.

La fornarina è un personaggio semi-leggendario che ebbe un ruolo decisivo sull’esito della battaglia. Ella faceva parte della nutrita schiera di “panifacule”, storicamente note a San Ginesio, ossia di fornaie operanti alla luce delle facule, cioè delle torce o delle lucerne. Questa giovane donna levatasi presto al mattino per la necessità di adempiere ai suoi impegni quotidiani, ebbe modo di accorgersi dell’ingresso in città di alcuni soldati fermani che con scale ed altri attrezzi stava assaltando Porta Brugiano per introdursi nel castello. Coraggiosamente, invece di mettersi in salvo, pensò bene di dare subito l’allarme, dando modo ai soldati ginesini di armarsi ed accorrere. La leggenda vuole che abbia fermato temporaneamente il nemico, gettandogli addosso palate di cenere. I soldati sopraggiunti spingono i fermani fuori dalle mura, nello spiazzo che da quel giorno in sarà chiamato “Pian del sangue”, sventando un colpo di mano di Fermo nella guerra per l’egemonia del territorio.

Quadro di Sant'Andrea, Pinacoteca di San Ginesio

Il quadro commemorativo fatto commissionato dal Comune a 100 anni dai fatti di sangue con la Fornarina eroica protagonista

In ricordo dell’evento, 100 anni dopo, il Libero Comune di San Ginesio commissionò un quadro commemorativo della vittoria che si conserva oggi nella Pinacoteca comunale, noto come il Quadro di Sant’Andrea.

 

Elisabetta, Flavia e Menichina di Ascoli Piceno

La figura di Elisabetta Trebbiani è legata a quella dei personaggi femminili più noti della seconda metà del XIV secolo della città di Ascoli Piceno. Visse oltre il 1397 fu una poetessa e donna di lettere, molto vocata nel componimento poetico tanto da essere annoverata tra le petrarchiste marchigiane. Fu però anche una guerriera, una donna di raro coraggio, forte ed abile nel combattimento che partecipò attivamente agli alterchi che si venivano a creare in città in cui il marito era chiamato ad intervenire.

Era figlia di di un personaggio potente dell’epoca, Meliaduso d’Ascoli della famiglia Trebbiani podestà di Firenze nel periodo di Gualtieri VI di Brienne più noto come Duca d’Atene e moglie di Paolino Grisanti, un uomo d’armi.

In abiti da uomo, armata di tutto punto, oppure in tenuta da soldato, seguiva il marito “come un angelo custode” lo accompagnava anche nei momenti di pericolo.

Una notte fu addirittura ferita, ma rifiutò il soccorso e continuò imperterrita a battersi finché non vide suo marito in salvo.
Nelle amicizie era profonda di sentimenti come nell’amore. Era in amicizia e corrispondenza epistolare con la poetessa Livia Chiavelli di Fabriano alla quale inviò e dedicò l’unico sonetto che è stato ritrovato: «Trunto mio che le falde avvien che hacie».

«Trunto mio che le falde avvien che hacie»
Trunto mio che le falde avvien che bacie

A la Cipta de Pico, e più de Marte

S’in mar, dove onni fiume amistà facie

T’incontrassi col Jan, diglie in disparte

Ch’annunzi en nome mio salute e pacie

A la mia Livia perita d’onne arte:

La qual sì a l’orecchi, ed occhi piacie,

O se veggia en persona, o scriva en carte.

La carta bianca di più tu gl’accenna

Che del suo bel Paese ella ne mandi

Per scrivervi sue gesta inclite e sole.

Ma più che la sua carta, la sua penna

Vorrei, mentr’or laudar soi merti grandi

Sol la sua penna eloquente ce vole

Di lei si diceva che avesse “fama immortale”e così fu, perché, nella città di Ascoli Piceno, uno dei personaggi del corteo storico della quintana la rappresenta sempre (ovviamente si tratta di una ragazza in abiti maschili) e le sono state dedicate una via (vicina a quella che ricorda la presenza della Famiglia Grisanti) e una Scuola Femminile.

La Via intitolata ad Elisabetta Trebbiani

La Via intitolata ad Elisabetta Trebbiani

Nella seconda metà del quattrocento Ascoli Piceno non scarseggiava di donne risolute e capaci di di guerreggiare o semplicemente competere con gli uomini.

Ci fu Flavia Guiderocchi, figlia di Tommaso Guiderocchi, che venne educata dal padre alla vita militare e, stando alle cronache dell’epoca, capeggiò addirittura la milizia Ascolana contro il castello di Controguerra, dominio piceno occupato da Giosia Acquaviva Duca di Atri. In alcune cronache si dice che nel 1460 sia arrivata persino a pugnalarlo.

La Rua intitolata a Flavia Guiderocchi

La Rua intitolata a Flavia Guiderocchi

Queste milizie nelle quali stavano a cavallo Flavia Guiderocchi e Menichina Soderini, ripresero nel 1458 e 1460 al Duca d’Atri i castelli conquistati.
Chi era quest’altra Amazzone Ascolana? Di che cosa fosse capace la gentildonna ascolana Menichina Soderini ce lo raccontano le altre cronache d’epoca. E’ nell’anno 1462 che costei batté il conte bolognese Lodovico Malvezzi in una competizione a cavallo in Piazza Arringo nell’occasione della festività religiosa in onore di Sant’Emidio, Patrono della Città.
Si trattava dell’evento straordinario della giostra dell’anello, meno faticosa della Quintana,
e Menichina vi partecipava con il fratello Pardo e con, appunto, il conte bolognese che era loro ospite. Si narra anche che il povero Lodovico per non farsi superare da Menichina, si accaldò talmente tanto, che si ammalò e morì. A lei è dedicata una caratteristica Rua, una via di Ascoli

Virginia, Luchina, Angela e Bianca di Ripatransone

Siamo nella prima metà del 1500, a pochi giorni dalla battaglia di Marignano, detta anche la battaglia dei giganti, uno scontro armato avvenuto tra il 13 e 14 settembre 1515 a Melegnano e San Giuliano Milanese, per il controllo del Ducato di Milano. Un gruppo di mercenari spagnoli capitanati da García Mandríguez de Haro rimasti sbandati giunse a Ripatransone nel loro viaggio verso il Regno di Napoli in mano al ramo cadetto degli Aragonesi. Con un falso salvacondotto papale si fecero aprire la porte dai ripani e dopo aver approfittato dell’ospitalità si diedero al saccheggio, al ratto di donne e allo stupro. Il padre di una delle ragazze rapite, piuttosto che lasciare la figlia in mano agli spagnoli, la trafisse mortalmente con un pugnale. Non è chiaro dalle cronache se fu su richiesta della medesima. L’anonima giovane passò alla storia come Virginia, per analogia con la Virginia romana celebrata da Vittorio Alfieri.

Mandríguez continuò il suo viaggio verso i regni spagnoli dell’Italia meridionale, alla ricerca di buone condizioni economiche per tornare in patria e prendendo quello che voleva lungo il cammino. Rifiutate le offerte del viceré di Napoli, gli spagnoli si diressero di nuovo lungo l’Adriatico alla volta dello Stato della Chiesa. Varcarono il Tronto e il 15 febbraio 1521 si ripresentarono a Ripatransone per tentare una seconda incursione.
I ripani erano naturalmente ben memori della prima, e lo scontro armato fu inevitabile. La battaglia (16 febbraio) contrappose cinquemila fanti spagnoli e la comunità ripana, comprese molte donne. Due di esse Luchina Saccoccia e Angela di Zingaro (le Cronache Ripane riportano) perirono in battaglia, insieme a diciannove patrizi e molti soldati. Un’altra dama, Bianca Benvignati de Charolis (o Tharolis), si rese protagonista di un celebre atto di eroismo. Si scaglio a cavallo contro il nemico, uccidendo brutalmente l’alfiere spagnolo. Lo stendardo che strappò di mano, andò poi a sventolarlo da un torrione (presumibilmente quello di Porta d’Agello noto come Torrione Donna Bianca), dando così coraggio e determinazione decisivi alla vittoria dei concittadini.
Gli invasori contarono perdite assai più numerose e furono costretti a ritirarsi dall’Italia dietro condizioni molto più sfavorevoli di quelle che avevano rifiutato. Per gratitudine il papa Leone X esentò Ripa dal pagamento delle imposte per i quindici anni seguenti.

Maria Goretti di Corinaldo

Maria Teresa Goretti nacque a Corinaldo nel 1890.
I Goretti erano una famiglia di coltivatori diretti con 6 figli originaria di Corinaldo nelle Marche che in cerca di una migliore occupazione, si trasferirono nel Lazio, assieme ai Serenelli, una famiglia amica.
La vita della giovane Maria, era caratterizzata da analfabetismo, denutrizione, lavoro pesante fin dall’infanzia. Maria, era alta appena 1,38 m, vistosamente sottopeso e malarica.
Alessandro, secondogenito dei Serenelli, dopo diversi approcci nei confronti dell’undicenne, con la scusa di farsi rammendare dei vestiti, attirò Maria in casa e tentò di violentarla. Di fronte alle grida e ai tentativi di difendersi, la ferì più volte con un punteruolo. Maria, ancora cosciente, venne trasportata all’ospedale di Nettuno; la morte sopravvenne il giorno successivo per una setticemia conseguente a un intervento chirurgico.
Le esequie vennero celebrate l’8 luglio 1902 nella cappella dell’ospedale, e il corpo della bambina tumulato nel cimitero comunale. Più tardi si venne a scoprire che Maria prima di morire, concesse il perdono al suo uccisore e che a 11 anni, al momento di ricevere la prima comunione fece il proposito «di morire prima di commettere dei peccati».
Già durante il Fascismo la devozione per Maria Goretti si diffuse tra gli strati più umili della popolazione, in particolare quelli rurali, appartenenti allo stesso mondo in cui la piccola martire era cresciuta. Anche dopo la caduta del fascismo e della monarchia sabauda, negli anni cinquanta, l’immagine di Maria Goretti rimase popolare anche presso i non cattolici, modello per le militanti del partito comunista.
L’11 dicembre 1949 la Congregazione delle Cause dei Santi riconobbe come miracolose due guarigioni attribuite all’intercessione di Maria Goretti. Papa Pio XII, il 24 giugno 1950, per la prima volta, nella millenaria storia della Chiesa, canonizzò Maria Goretti  in piazza San Pietro all’aperto. Il giorno di commemorazione istituito fu il 6 luglio, anniversario della morte, il corpo e le reliquie di Maria Goretti sono conservati a Nettuno, nel Santuario di Nostra signora delle Grazie e di Santa Maria Goretti e a Corinaldo, in provincia d’Ancona, dove è visitabile anche la sua casa natale.